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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 17 maggio 2025

Tutti l’attendevano per maggio, massimo giugno. Invece la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) sulla designazione dei “paesi sicuri” slitterà di un bel po’. Per la verità è già stata deliberata, ma dovrebbe essere resa pubblica soltanto a ottobre. Così ha detto l’altro ieri il giudice ceco Jan Passer, membro del collegio che lo scorso 25 febbraio ha trattato il caso alla Grande chambre, durante un incontro alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu).

L’occasione è stata una “tavola rotonda di alto livello” organizzata da Agenzia europea per l’asilo, Cgue, Cedu, Associazione dei giudici amministrativi europei e Associazione internazionale dei giudici per i rifugiati e le migrazioni. Si è svolta il 15/16 maggio con al centro il tema del dialogo tra tribunali europei e nazionali in materia di diritto d’asilo. La terza sessione, in cui è intervenuto Passer, era dedicata al “Concetto di paese sicuro e controllo giudiziario indipendente”.

La notizia è sorprendente perché a novembre del 2024 la Cgue aveva scelto di trattare il procedimento, per la sua rilevanza, seguendo un iter rapido che generalmente porta a sentenza in sei/otto mesi (scartando invece la procedura d’urgenza che chiude tutto in una sessantina di giorni). Da qui le aspettative di una conclusione primaverile del caso che si è caricato di grosse implicazioni politiche: ne va del futuro dei centri in Albania. È da lì che inizia tutto, con lo scontro governo-magistratura e i giudici di Roma che a un certo punto passano la palla a quelli europei per chiarire come vadano selezionati i “paesi sicuri” (che permettono di applicare ai relativi richiedenti asilo le procedure accelerate di frontiera in detenzione).

Nonostante il sostegno politico di quasi tutti gli Stati membri e della Commissione Ue, a livello giuridico le cose non si sono messe bene per il governo italiano. Il 10 aprile è stato pubblicato il parere indipendente dell’Avvocato generale Richard de la Tour che ritiene legittimo designare come “sicuri” paesi che non lo sono per tutta la popolazione e presentano dunque eccezioni per categorie di persone, come vuole il governo Meloni, ma nel rispetto di precise condizioni, che di fatto eliminerebbero dalla lista la maggior parte degli Stati scelti a livello nazionale.

In attesa di leggere la sentenza, lo slittamento significa una cosa sola: fino all’autunno i centri in Albania rimarranno vuoti. A eccezione della quarantina di posti occupati, per un gioco delle tre carte crudele e costoso, da cittadini stranieri privi di documenti che erano già trattenuti nei Cpr italiani e da lì sono stati portati oltre Adriatico. Un escamotage per nascondere lo stallo del progetto, che ha richiesto un apposito decreto per cambiare la destinazione d’uso dei centri. Un provvedimento, che a breve diventerà legge, di dubbia compatibilità con il testo del protocollo.

Ieri la premier Giorgia Meloni era in visita a Tirana, dove ha incontrato l’omologo Edi Rama. “Stiamo andando avanti”, ha detto riferendosi ai centri per migranti. “Mi pare che il lavoro dimostri… anche per la velocità… il funzionamento dei rimpatri… alla fine come promesso stiamo andando avanti”, ha aggiunto insolitamente impacciata. Poi ha interrotto le domande e dato le spalle ai cronisti.

Al di là delle parole, il fatto è che Meloni a visitare il Cpr di Gjader non ci è andata. Nonostante disti solo un’ora dalla capitale albanese. Forse 40 persone vanno bene per qualche dichiarazione di facciata, ma non sono sufficienti per una photo opportunity.