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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 18 marzo 2025

Ma l’immediato futuro dei Centri albanesi resta appeso comunque alla Corte Ue. Rimpatri “digitalizzati” e organizzati direttamente da Frontex, hub per le deportazioni costruiti in Stati terzi e una lista comune sui paesi di origine sicuri da presentare già “nelle prossime settimane”. Sono i punti principali della lettera in materia di immigrazione che la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha inviato ai leader Ue in vista del Consiglio di giovedì prossimo. La terza questione riguarda il futuro del progetto Albania, dopo le difficoltà incontrate finora e mentre si attende la sentenza della Corte di giustizia Ue sui paesi sicuri (dovrebbe arrivare entro giugno). L’elenco comunitario, accanto a quelli nazionali, è previsto dal nuovo regolamento procedure contenuto nel Patto immigrazione e asilo. Doveva entrare in vigore a giugno 2026, ma visto il pasticcio dei centri di Shengjin e Gjader il governo italiano preme per anticipare le parti relative ai paesi sicuri. Le dichiarazioni di von der Leyen vanno quindi nel senso auspicato da Meloni. “Stiamo attingendo a un’analisi dell’Agenzia Ue per l’asilo e ad altre fonti di informazioni disponibili per valutare una prima selezione di paesi scelti in base a criteri oggettivi, come bassi tassi di riconoscimento dell’asilo”, scrive la presidente.

Al momento la lista italiana è la più estesa tra quelle europee: 19 paesi contro, per fare un esempio, i nove di quella tedesca. La partita principale, comunque, non si giocherà su quanti Stati saranno ritenuti “sicuri”, ma su quali. Per Roma contano soprattutto Bangladesh ed Egitto, che fanno parte della lista nazionale, e Pakistan, per ora escluso. Sono gli Stati in testa agli sbarchi insieme alla Siria, per la quale la definizione di sicurezza dovrà attendere (ma è evidente da ben prima del cambio di regime che i governi europei vogliano andare in quella direzione, a qualsiasi costo). Nel settembre 2015 la Commissione aveva proposto un elenco comune in cui erano presenti otto paesi: Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia, Kosovo, Montenegro, Serbia, Turchia. Ma erano altri tempi e dunque altri criteri: quella lista non serviva a incarcerare i richiedenti asilo durante l’esame delle loro richieste, come stavolta.

In ogni caso anche anticipare le nuove norme richiede tempo. “La procedura è quella legislativa ordinaria, la stessa che ha portato all’approvazione del regolamento - afferma Chiara Favilli, che insegna diritto Ue all’università di Firenze - La proposta della Commissione richiederà l’approvazione di Consiglio e Parlamento. Formalmente in questi casi ci vuole minimo un anno. L’accordo politico può contrarre i tempi, con un’approvazione nell’arco qualche mese”. Per riempire i centri albanesi prima dell’estate la premier Meloni ha comunque bisogno di una sentenza favorevole dalla Corte Ue. In caso contrario dovrà inventarsi qualcosa.