di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 17 giugno 2026
“Però è gratis, grazie al padrone”. Marsala, viaggio nei dormitori dei braccianti. I raid contro gli stranieri e il muro di omertà. Le botte, quelle, sono repertorio: con quattordici braccianti stranieri aggrediti a fine maggio e brutti casi di squadrismo di piazza negli anni passati. E lo sono le bastonate all’alba, su queste strade sperdute, da Strasatti a Santo Padre delle Perriere a Terrenove, che tagliano campi e filari lungo la statale 115, la “via Marsala”. E gli insulti contro i “turchi”, come da queste parti chiamano, per perversa eco storica, tutti i lavoratori di colore a prescindere dalla provenienza. Tuttavia, botte, bastonate e insulti sono sovrastruttura, folclore razzista per infame che sia: facile da condannare a costo zero dalla città perbene, “siamo tutti marsalesi!”, raccolta infine, un paio di settimane dopo i raid, nella sala grande del Monumento ai Mille, coi nomi dei garibaldini scolpiti a tutta parete proprio di fronte al mare che li portò a liberarci e che adesso porta qui un popolo dolente da liberare, carne da cannone per la fame di manodopera dei nostri agricoltori.
Per trovare la struttura, e capire così che poco conta se gli squadristi della statale 115 siano caporali vendicativi o fascistelli da pagliaio che hanno frainteso al peggio la predicazione vannacciana (il generale quaggiù è una specie di babau evocato ed esecrato a ogni piè sospinto), bisogna avventurarsi negli “insediamenti informali”, studiati da un pregevole dossier del Polo Sociale: “non-luoghi”, rovesciando provocatoriamente Marc Augé (Trapani ne rappresenta la seconda provincia siciliana col 19%).
Nella preistoria - E fare altri due passi nella preistoria, superando discariche, sfasciacarrozze e catapecchie di Marsala Sud, oltre il bivio tra Ciavolo e Digerbato, dopo fossi e sterpaglie e tratturi, fino a radura che rivela una specie di stalla abbandonata di due o trecento metri quadrati, pavimento di polvere, soffitto nero d’umidità. Niente luce, niente acqua, niente porte: un Urlo di Munch spalancato sulle vigne. Tutto è di risulta, come le persone: stracci a mo’ di coperte, tende a mo’ di stanze, materassi bisunti per giacigli, cassette rotte per tavoli, quotidianità rigurgitata ovunque. Qui abita il perfetto cortocircuito tra integrazione storta e fariseismo autoctono.
Si chiama Peter. Peter Ardom Yestem. Ma lo chiamano “il Presidente”, perché ha settant’anni, sta nella grotta dal 2016 ed è diventato la guida della sua comunità di spettri. In Italia nel 2002 via Lampedusa, scappato dal Sud Sudan (“volevano farmi ammazzare quelli del Nord che non mi avevano fatto niente”). Sei figli in patria che non vede da sedici anni. Operaio a Como, Brescia, Pavia, “allora pagavo un affitto, avevo una casa”. Nel 2010 la crisi ha proletarizzato la sua condizione già precaria: “Non c’era più lavoro, sono sceso al Sud, c’erano le campagne, non potevo pagare, il padrone ha detto che questo posto me lo dava gratis”.
Gli spettri - Lui e i suoi spettri - Adam, che ha perso 20 chili in pochi mesi, Kaled che s’è sfasciato una gamba e invoca antidolorifici, e una corte dei miracoli mobile che con la vendemmia arriva a venti stagionali - si mostrano grati ai “padroni”: “Sono gentili”, a volte vengono di persona a prenderli all’alba col furgone, senza nemmeno il caporale di turno. “Ci danno sei euro l’ora: certo, niente contratto e se mi faccio male paga la mia tasca”, tossicchia il Presidente.
Hamadi Sowe, 36 anni, il mediatore culturale gambiano che mi fa da guida e interprete, sostiene che “adesso è quasi un paradiso! Dovresti vedere d’inverno che ghiacciaia diventa…”. Si potrebbe immaginare che la grotta sia un posto segreto, ma non è così. Hamadi collabora col Polo Sociale, la cui responsabile trapanese, la brava Marilena Titone, mi assicura di avere tentato di portare Peter nel sistema d’accoglienza Sai: “È lui che non vuole”. E c’è da crederle, anche se resta da domandarsi come possa esistere, in barba a ogni legge, un luogo che fa apparire attraente persino la baraccopoli di Borgo Mezzanone. “Non può, eppure esiste!”, filosofeggia Hamadi. Nemmeno i dati spiegano tutto.
Le ipocrisie - In Sicilia, stando al sesto Rapporto sulle Agromafie dell’Osservatorio Placido Rizzotto, sono 282.700 i lavoratori vulnerabili e irregolari, con punte del 42,1% del totale nel settore agricolo: ma, giustamente, i ricercatori dell’Istat Carlo De Gregorio e Annelisa Giordano accendono un faro sulle “transizioni dalla regolarità all’irregolarità e viceversa”. Con esse il padronato ha fatto un salto di qualità.
Nei non-luoghi studiati dal Polo Sociale, in oltre il 40% dei casi è stato impossibile sapere se i lavoratori fossero a contratto. Dopo gli ultimi raid, gli imprenditori, avendo la forza lavoro decimata, hanno accompagnato i loro braccianti a fare denuncia. “Ma è solo ipocrisia”, sbotta Giacomo Di Girolamo, direttore di TP24.it (suo L’Invisibile, su Messina Denaro, la cui ombra si proietta fin qui): “Spesso sono proprio loro che li sfruttano. Oggi il bracciante ha un contratto, ma poi restituisce parte del salario e lavora dieci volte più del pattuito”. Tutto si mischia quaggiù. Il 10 giugno, alla commemorazione di Matteotti si sono presentati in venti, mentre a poche strade di distanza si è aperto il primo circolo di Futuro Nazionale attirando anche qualche transfuga del centrosinistra in una città dove la politica è spesso familismo e molti scantonano se si nomina la massoneria. “A scuola sono comparse scritte come “Falcone infame” e “Messina Denaro dà lavoro”. La violenza qui è più che razzista”, mi dice Linda Licari, insegnante battagliera e segretaria Pd.
I documenti - Tuttavia, piazza Fiera, borgata di Strasatti, mostra ogni sera la faccia indigesta delle migrazioni: spaccio, accoltellamenti, risse tra tunisini e centrafricani; irregolari con foglio di via che girano coi documenti dell’amico, “tanto, per voi, noi neri siamo tutti uguali”; immersioni in clandestinità fino al prossimo decreto flussi, nel 2029.
Gioacchino, nel suo bazar dell’usato, passa per razzista ma sembra soprattutto un’altra vittima della giostra tra ultimi e penultimi: “Dieci volte sono dovuto uscire col bastone per scacciare quelli che mi urinavano sul marciapiede!”. Hamid, alla riunione di solidarietà con i braccianti aggrediti, davanti a un giovanissimo bengalese col labbro spaccato dai colpi, ha fatto un appello surreale agli squadristi: “Se volete vendicarvi, prendetevela con chi fa bordello, non coi lavoratori”.
La neosindaca Andreana Patti ha belle gatte da pelare ma sufficiente trasversalità per stare a galla. Parla di accendere “un faro sul razzismo”. Ma non vede tracce di caporalato nelle aggressioni di fine maggio. E tuttavia caporalato e razzismo, violenza e sfruttamento convivono in un unico brodo di coltura: “tenuto assieme dall’omertà”, osserva il procuratore di Marsala, Fernando Asaro, sulle tracce dei picchiatori. Il 20 maggio ha già fatto prendere due anni e quattro mesi in primo grado a un ristoratore che aveva escogitato per i suoi due schiavi tunisini, cuoco e lavapiatti, un giaciglio persino più originale della grotta di Peter: una grande botte di rovere piazzata proprio accanto al locale che, chissà come mai, non aveva mai incuriosito nessuno, pur contenendo umani anziché rinomato vino marsalese.










