di Mauro Bazzucchi
Il Dubbio, 14 agosto 2026
La libera circolazione con la Spagna sarà ripristinata soltanto quando per l’Italia il rischio sarà tornato a zero. Non prima di Ferragosto e, specie, non sulla base di una scadenza fissata in calendario. È il punto politico più netto dell’audizione con cui ieri Matteo Piantedosi, davanti al Comitato Schengen, ha difeso la sospensione decisa dal governo dopo l’assalto di massa a Ceuta. “La decisione non sarà rivista prima del 15 agosto”, ha scandito il ministro dell’Interno, aggiungendo che i controlli resteranno finché non saranno “completamente esclusi rischi di sicurezza per l’Italia”. Un messaggio rivolto a Madrid, ma anche a chi accusa Palazzo Chigi di avere trasformato l’emergenza nell’exclave spagnola in uno strumento di propaganda.
Piantedosi ha respinto entrambe le contestazioni. Lo stop, sostiene, non è “un atto ostile” verso un Paese legato all’Italia da rapporti di antica amicizia, ma una misura cautelare consentita dalle regole europee. La notifica alla Commissione è partita il 31 luglio e Bruxelles, ha precisato, non ha formulato rilievi scritti. Del resto la Spagna ha ripristinato i controlli alle frontiere “21 o 22 volte”, mentre la Germania li ha progressivamente estesi a tutti i Paesi confinanti. Non possono esistere, è il ragionamento del titolare del Viminale, Stati con un diritto maggiore di altri a proteggere la propria sicurezza. Diverso il giudizio sulla risposta di Madrid, che ha sospeso a sua volta Schengen per chi arriva dall’Italia: una decisione dettata, secondo Piantedosi, da una logica “sostanzialmente ritorsiva”. Proprio di ieri è la notizia che le autorità spagnole hanno effettuato dei controlli su più di tremila persone giunte nel paese iberico su voli provenienti dall’Italia. Il ministro ha tracciato anche un primo bilancio del dispositivo: dall’introduzione dei controlli sono state arrestate tre persone e respinti 21 cittadini extra-Ue irregolari, sei dei quali marocchini.
Il problema, però, resta ciò che accade a Ceuta. Tra il 30 e il 31 luglio sarebbero entrate nell’exclave circa 72 mila persone, una dimensione che per Piantedosi rende poco credibile la “narrazione del tutto sotto controllo” e configura una crisi “oggettivamente ingovernabile”. Nell’exclave resterebbero migliaia di persone, tra cui circa 1.300 minori non rimpatriabili, mentre le stesse autorità di Madrid hanno segnalato il rischio di un nuovo ingresso di massa il 15 agosto. È proprio questa possibilità a spiegare perché Roma non intenda abbassare la guardia. Le campagne sui social che spingono decine di migliaia di cittadini extra-Ue verso Ceuta, il rafforzamento del dispositivo marocchino e il sospetto che dietro l’afflusso possa esserci una “regia organizzata” compongono, secondo Piantedosi, un quadro ancora instabile. Con un rischio ulteriore: che concentrazioni di giovani e malcontento possano essere sfruttati online per radicalizzazione o reclutamento. E l’idea che chi è entrato a Ceuta rimanga confinato lì viene liquidata come poco realistica: le organizzazioni criminali, ha ricordato il ministro, non si fermano davanti alle 14 miglia nautiche che separano l’enclave dalla penisola iberica.
Da qui il principio con cui Piantedosi riassume la linea italiana: Schengen è una delle conquiste più preziose dell’integrazione europea, ma “non può esserci libertà di circolazione senza sicurezza dello spazio comune”. Ogni ingresso irregolare attraverso una frontiera esterna, sostiene, crea una vulnerabilità per tutti. E il richiamo vale anche per la solidarietà europea.
Il ministro dice di non avere compreso le lezioni rivolte all’Italia da chi ricorda le crisi di Lampedusa: Roma, osserva, ha conosciuto soprattutto il problema dei movimenti secondari. Spetta semmai all’Unione sostenere gli Stati esposti e pretendere dai Paesi di origine e transito un contrasto effettivo ai trafficanti, arrivando a legare aiuti e cooperazione ai risultati ottenuti.
La stoccata più politica è per quei governi europei che, a giudizio del Viminale, con scelte ideologiche rischiano di produrre conseguenze sull’intera area comune. Il riferimento, neppure troppo nascosto, è alla regolarizzazione di circa mezzo milione di immigrati decisa dalla Spagna. La tesi di Piantedosi è che ogni segnale permissivo alimenti aspettative e un effetto attrazione che le reti criminali sono pronte a sfruttare.
A sostegno della strategia italiana arrivano i numeri rivendicati dal ministro. Dall’inizio dell’anno gli sbarchi sono diminuiti del 55 per cento rispetto al 2025 e dell’82 per cento rispetto ai primi sette mesi del 2023: circa 17 mila arrivi nel 2026, meno di un quarto di quelli registrati a Ceuta in due giorni. I rimpatri hanno superato quota 5.300, mentre 256 espulsioni sono state disposte per ragioni di sicurezza nazionale. Crescono, sempre secodo il ministro, anche i rimpatri volontari assistiti: dai 111 del 2024 ai 738 di quest’anno, un aumento del 700 per cento che il governo vuole ulteriormente sostenere.
Ed è su questo terreno che, pochi minuti prima dell’audizione, Giorgia Meloni ha voluto mettere il proprio sigillo politico. La premier ha pubblicato sui social il video dell’imbarco su un aereo di 17 cittadini egiziani espulsi e rimpatriati da diversi Cpr italiani. “Difesa dei confini, sicurezza, rispetto delle regole: proseguiremo dritti su questa strada”, ha scritto. Audizione di Piantedosi e messaggio di Meloni finiscono così per comporre un’unica linea: controlli alle frontiere finché serviranno, più rimpatri e pressione sull’Europa perché la gestione dei flussi cominci prima dell’arrivo. Con la Spagna si tornerà alla normalità. Ma, avverte il Viminale, soltanto quando Ceuta avrà smesso di rappresentare un rischio.









