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di Marco Bresolin e Eleonora Camilli

La Stampa, 22 agosto 2026

Il governo conta su rimpatri più veloci e hub oltre confine, ma pesano i mancati trasferimenti. Con le vecchie regole di Dublino, gli Stati non avevano alcun obbligo di solidarietà verso i dei Paesi più esposti ai flussi migratori. Ma l’Italia, violando le norme, ha sempre praticato una redistribuzione de facto, evitando di riprendersi i richiedenti asilo che si erano spostati in altri Paesi: più di centomila in tre anni, oltre un terzo di quelli sbarcati nello stesso periodo. Ora i paletti del nuovo Patto sono più rigidi sul fronte della responsabilità e la contropartita ottenuta in termini di solidarietà è al momento scarsa. A questo si aggiungono gli ostacoli che già emergono sulle procedure di frontiera che dovrebbero accelerare i rimpatri, ma per ora solo sulla carta.

Nei primi tre anni di governo, secondo i dati di Eurostat, l’Italia di Giorgia Meloni ha ricevuto 109.427 richieste di trasferimenti di dublinanti da parte degli altri Stati membri, ma ne ha accolti solo 205, principalmente minori non accompagnati: 60 nel 2023 (a fronte di 42.468 richieste), 60 nel 2024 (a fronte di 42.807) e 85 nel 2025 (su 24.152). L’Italia è di gran lunga il Paese che ha ricevuto più domande, ma - alla luce di un decreto adottato nel dicembre del 2022 - ha deciso unilateralmente di non darvi seguito. Ben due sentenze della Corte di Giustizia europea (nel 2024 e nel 2026) hanno decretato che un Paese di primo ingresso non può rifiutare di riprendersi i migranti entrati nell’Ue attraverso il proprio territorio. Ma ora l’Italia sostiene che, con l’entrata in vigore del nuovo Patto migrazione e asilo, le richieste pregresse siano da considerare decadute. Politicamente potrebbe essere così, ma da un punto di vista prettamente giuridico la questione è più complessa.

Cosa sia successo ai migranti che hanno varcato la frontiera italiana non è chiaro. “Con tutta probabilità, nella maggior parte dei casi, dopo lo stop alle riammissioni da parte del governo Meloni, le domande dei casi Dublino sono state assunte dai Paesi dove i migranti si sono trasferiti” spiega Gianfranco Schiavone, dell’Asgi. Una quota di queste domande possono, invece, essere ancora oggetto di contenzioso sulla competenza. Sulla questione pesano anche i termini giuridici: lo Stato di primo approdo resta competente per 12 mesi mentre quello che chiede la riammissione deve operare il trasferimento entro sei mesi dalla conferma. Regole in parte modificate dal nuovo Patto con il regolamento Ammr, che di fatto lascia invariato il criterio del primo Paese, ma estende a 20 mesi il periodo di competenza. E rende i trasferimenti più rapidi: basta una comunicazione.

La nuova solidarietà - Nel nuovo Patto il bastone della responsabilità per i Paesi di primo ingresso è stato accompagnato dalla carota della “solidarietà obbligatoria”. Tutti gli Stati sono tenuti ad aiutare i più esposti ai flussi migratori, anche se possono scegliere le modalità. Ogni anno, la Commissione stabilisce una quota di migranti che devono essere ripartiti: in alternativa ai ricollocamenti, i governi possono versare contributi finanziari (20 mila euro a migrante), fornire sostegno tecnico-logistico o compensare i cosiddetti dublinanti.

I numeri dicono che il rapporto costi-benefici potrebbe non essere affatto vantaggioso per l’Italia. Per il 2026, la Commissione ha indicato Italia, Spagna, Grecia e Cipro come i beneficiari del nuovo meccanismo e ha stabilito una “riserva di solidarietà” pari a 21 mila migranti da ripartire, di cui il 42% (8.820) da Italia e Spagna. Questo vuol dire che, con le nuove regole, l’Italia potrebbe vantare un “credito” di circa 4.000 migranti o un contributo di 80 milioni di euro. Ma i richiedenti asilo non verranno mai effettivamente redistribuiti né i contributi verranno versati perché l’intera quota andrà a compensare i mancati trasferimenti dei migranti, che in realtà sono molti di più. Alla fine dei conti, quindi, l’Italia sarà ancora in debito.

Le procedure di frontiera - Sui Paesi frontalieri, compresa l’Italia, gravano poi le nuove procedure accelerate di frontiera riservate ai migranti provenienti da Paesi sicuri o da Paesi il cui tasso di riconoscimento dell’asilo è inferiore al 20%. Dopo un primo screening di sette giorni, la procedura dura 12 settimane (compreso l’eventuale ricorso). Per il primo anno l’Italia dovrà processare 16.032 domande. Secondo il nostro governo questo sarà compensato da rimpatri più veloci, perché i migranti oltre che in quello di origine potranno essere trasferiti anche nei Paesi terzi considerati sicuri, che hanno un accordo con uno degli Stati membri. Nella prassi, la questione è più complicata. Dal 12 giugno diversi tribunali italiani stanno mettendo in discussione l’applicazione immediata della procedura accelerata, ma anche il concetto di Paese sicuro, che va considerato - dicono - caso per caso.

I Paesi terzi - L’altra vittoria, che l’Italia rivendica, è che sia passata in Europa la linea Meloni del modello Albania. Nei fatti, il nuovo regolamento sui rimpatri, rende possibile esternalizzare le procedure in Paesi terzi considerati sicuri. L’Italia si è anche fatta capofila di una proposta per creare hub in Africa a spese dell’Ue. Ma Spagna e Francia si sono dette contrarie. Intanto, nonostante il Patto Ue sia in vigore da più di due mesi i centri albanesi continuano a non funzionare