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di Alessandro Leone

Il Domani, 27 maggio 2026

Sunjay Gookooluk è riuscito a nascondere una penna per scrivere sugli imballaggi alimentari mentre era recluso nel centro di Ponte Galeria. Il suo diario è diventato un libro: “Sarà uno schiaffo a molti”. “Oggi sono a metà strada per esaudire i miei sogni: una possibilità di reinserimento e un lavoro socialmente utile”. Sunjay Gookooluk è seduto a un tavolino del bar dei Giardini di Viale Carlo Felice, a Roma, mentre prepara l’ennesima di una serie infinita di sigarette. È originario delle Mauritius, ha 57 anni ma si trova in Italia da quando ne aveva 20: “Ho vissuto qui gran parte della mia vita. Scrivo soprattutto in italiano”, dice. È stata proprio la scrittura a salvarlo dalla disperazione quando tra il 2014 e il 2015 è finito per due volte nell’allora Cie (Centro di identificazione ed espulsione), oggi Cpr, di Ponte Galeria. Grazie ad alcuni europarlamentari in visita aveva ricevuto una penna, strumento vietato perché considerato pericoloso, che di notte usava per tenere un diario sugli imballaggi alimentari.

Un racconto prezioso, che dopo oltre 10 anni diventa un libro, Diario di un invisibile, edito da Sensibili alle Foglie, la prima testimonianza letteraria della detenzione amministrativa dall’interno. Il governo e i Cpr in Albania alla prova finale della Corte Ue La sua storia Gookooluk è l’ultimo dei dieci figli di un agricoltore di canna da zucchero, un’eredità a cui sembrava destinato ma che rifiutò per raggiungere sua sorella in Italia nel 1989, poco dopo la morte del padre. A Roma iniziò a lavorare in nero al mercato del Pigneto sostentandosi con le casse di verdura che smistava ogni giorno e cercando rifugio “in giro, alla Caritas, dalle suore, dove mi capitava”, afferma.

In quegli anni ebbe anche due figli; poi iniziò la trafila delle carceri tra Frosinone, Santa Maria Capua Vetere ma soprattutto Rebibbia, dove la passione per la scrittura è esplosa. “Un alunno speciale”, lo definisce nel libro Maria Teresa Caccavale, che l’ha conosciuto da insegnante nel 2008, in piena reclusione. “Subito percepii la sua grande intelligenza e voglia di conoscere e arricchire il suo sapere”, dice. Da Rebibbia uscì con due diplomi, da operatore turistico e ragioniere, frequentò un corso da mosaicista, attivò quello di yoga ma soprattutto consumò le pagine dei testi della biblioteca.

Tutto questo, però, non bastò a eliminare lo stigma della pericolosità sociale e a evitargli un destino ancora peggiore, quello del trattenimento in un Cpr. La prima reclusione inizia a novembre del 2014, quando è appena uscito dal carcere. Nel suo diario si presenta con il numero che gli è stato destinato, 8703, poi descrive gli ambienti e il decorso di una tipica giornata a Ponte Galeria: la somministrazione delle terapie, le lunghe passeggiate nel cortile, le partite nel campetto da calcio. In quel periodo assiste anche al passaggio di testimone tra il vecchio gestore, Auxilium, e il nuovo, Gepsa, che porta a un ulteriore peggioramento delle condizioni interne. “Mancano psicologi, educatori [...] mediatori culturali [...] anche le forze dell’ordine ci danno ragione”, racconta. I tagli scaturiti dalla gara al ribasso si riflettono sulla qualità del cibo, sulle lacune del personale, sulle condizioni igieniche e anche sulle salute di Gookooluk, che è diabetico e per ricevere il vitto prescritto dal medico è costretto ad attuare uno sciopero della fame e il rifiuto di tutte le medicine.

La proposta di Fdi: “Stop alla visita medica preventiva per l’ingresso nei Cpr” Reporter dall’interno Quando finalmente a gennaio 2015 esce - il tempo di permanenza massimo era fissato a 90 giorni rispetto ai 18 mesi di adesso - il peggio sembra passato. Gookooluk è di fatto inespellibile perché non c’è una rappresentanza diplomatica delle Mauritius in Italia e ha presentato istanza di ricongiungimento familiare con la sorella, cittadina italiana. Ma qualche mese dopo, ad agosto, quella che sembra un’innocua convocazione in Questura si trasforma in un nuovo trasferimento a Ponte Galeria.

Ci vorranno sessanta giorni prima che la seconda detenzione venga considerata illegittima, come poi ha stabilito anche la Cassazione. In quei momenti Gookooluk non ha più con lui una penna ma si trasforma in una sorta di reporter dall’interno. Aggiorna via messaggio le persone a lui vicine, che nel frattempo hanno creato la pagina Facebook Free Sunjay, uno scrittore nel Cie di Ponte Galeria, lanciato una petizione online e scritto una lettera al Presidente della Repubblica per sollecitare un suo intervento. “C’è un ragazzo tunisino che ha già avuto diverse crisi epilettiche [...] nonostante questo è tenuto nel Cie. Ieri sera l’ho trovato in bagno, stava per impiccarsi”, scrive. “Sono diabetico [...] ma continuano a darmi marmellata e pasta, che per me sono veleno”, aggiunge. Poi finalmente la definitiva liberazione: “Sto uscendo! La mia penna ha fatto danni!”. E un invito a chi l’ha seguito a festeggiare con lui. Dopo il Cpr Gookooluk si è preso cura di sua sorella invalida, prima che venisse a mancare a causa del covid. Ha continuato a scrivere e ha trovato rifugio proprio da chi l’aveva aiutato, a casa di Gianfranco Laccone e Annamaria Rivera, che portò la sua storia all’attenzione dell’opinione pubblica in un articolo sul Manifesto intitolato Un fantasma a Ponte Galeria. Ora la sta assistendo in un momento di fragilità: “[Sunjay] è stato in grado di riconciliarmi col mondo e di essere l’interlocutore intellettuale e affettivo di cui Annamaria aveva bisogno per riprendere il suo incerto cammino”, scrive Laccone nel libro. Gookooluk non ha dubbi: “Troverò il mio posto nella società”, dice. Nel frattempo è sicuro che “questo libro sarà uno schiaffo a molti”.