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di Rita Rapisardi

Il Manifesto, 24 ottobre 2025

Il processo per la morte di Moussa Balde prosegue e a rafforzare il quadro che sta uscendo dalle testimonianze (tra cui quella rilasciata da Mauro Palma, garante nazionale delle persone private della libertà dell’epoca, che ha definito il Cpr di Torino un “vecchio zoo”) arriva il Consiglio di Stato. Il processo per la morte di Moussa Balde prosegue e a rafforzare il quadro che sta uscendo dalle testimonianze (tra cui quella rilasciata da Mauro Palma, garante nazionale delle persone private della libertà dell’epoca, che ha definito il Cpr di Torino un “vecchio zoo”) arriva la sentenza del Consiglio di Stato.

Moussa Balde finisce in detenzione amministrativa a maggio 2021, nella notte tra il 22 e il 23 si uccide impiccandosi, all’interno di quello che veniva chiamato “ospedaletto”, formato da dodici piccole celle, delle “gabbie pollaio” le definì all’epoca Palma che nel 2018 produsse una relazione in cui chiedeva la chiusura del centro, e che ora davanti al giudice descrive quella torinese come “la peggiore situazione d’Europa”.

Moussa non doveva neppure finire in quel Cpr, denuncia la famiglia: l’uomo era stato infatti brutalmente aggredito mentre faceva l’elemosina a Ventimiglia da tre italiani per motivi razziali, e poi isolato nelle cellette, senza possibilità di comunicare all’esterno. Nel processo sono imputati di omicidio colposo Annalisa Spataro e l’ex dirigente medico del centro, Fulvio Pitanti, per la mancata sorveglianza sanitaria. In queste settimane di processo è emersa l’assenza totale di regolamentazione: tutto all’interno del centro di corso Brunelleschi era lasciato al caso e alla discrezionalità di chi si trovava in quel momento.

I Cpr in Italia sono appaltati a società private che vincono gli appalti alla migliore offerta, tagliando su ogni tipo di servizi e sul personale, anche sanitario, che c’è all’interno. Le risorse disposte dal capitolato del ministero dell’Interno non sono sufficienti a coprire i costi, quello stesso capitolato che indica le disposizioni da seguire nella gestione dei centri e che come conferma la sentenza del Consiglio di Stato, è totalmente carente dal punto di vista sanitario e di tutela della vita. La sentenza che il Consiglio di Stato ha emanato il 7 ottobre evidenzia l’inadeguatezza di questi centri di detenzione amministrativa per stranieri senza documenti, e annulla lo schema di capitolato d’appalto utilizzato per la loro gestione.

Asgi e Cittadinanzattiva hanno impugnato il decreto del ministero dell’Interno che è alla base dell’esistenza di tutti i Cpr e che li organizza al loro interno, evidenziando come in quel documento manchino degli standard minimi in tema di sanità e prevenzione dei suicidi. “Non è richiesta una formazione specifica per i medici, c’è poco personale, e mancano procedure operative per il personale sanitario, ad esempio nei casi di tentato suicidio - spiega l’avvocata Ginevra Maccarone, che si occupata, tra gli altri, del ricorso -. Abbiamo contestato il capitolato che è quello su cui poi i privati gestiscono i centri, rilevando il fatto che è estremamente generico su salute e tutela della vita”. In primo grado il Tar del Lazio aveva sostenuto il documento ministeriale, senza però entrare a fondo della questione.

“L’ordinamento penitenziario è invece molto specifico. Ad esempio mentre per i tentativi di suicidio esistono procedure per evitare che si verifichino decessi, nei Cpr non è previsto niente”, spiega Maccarone, facendo anche riferimento all’uso indiscriminato di farmaci, somministrati senza regolamenti e controlli sanitari minimi. “È necessario imporre degli standard soprattutto agli operatori privati che tentano di massimizzare i profitti”.

Nei Cpr ogni aspetto della vita delle persone è appaltato ai privati che vincono le gare dal valore di milioni di euro. Anche la sanità, tema della sentenza, che nelle carceri spetta al Sistema sanitario nazionale, nei Cpr è in mano ai privati che agiscono secondo la regola del risparmio, non avendo neppure il ministero che offre loro un rigido regolamento entro il quale rientrare.

Su questi temi a dicembre 2024 era arrivato anche un rapporto del Comitato di prevenzione alla tortura del Consiglio d’Europa (citato dal Consiglio di Stato) che analizzava i centri di Milano, Gradisca, Potenza e Roma. Il quadro che l’organizzazione per i diritti umani aveva tracciato non lasciava dubbi: il Cpt aveva riscontrato diversi casi di maltrattamenti fisici e uso eccessivo della forza da parte del personale di polizia, senza che questi abusi venissero poi registrati e ci fosse una valutazione.