di Giansandro Merli
Il Manifesto, 13 febbraio 2025
Il ministro Piantedosi bluffa: “Oltre Adriatico un impianto polivalente, il Cpr c’è già”. Ma trasferire gli “irregolari” dall’Italia violerebbe le norme Ue. “Polivalente”. È l’aggettivo che ieri il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha detto dopo “impianto”. Parlava dei centri in Albania. Prima aveva ripetuto il solito ritornello: il progetto interessa 15 paesi membri e Commissione. “Oltre a un luogo di sbarco, c’è un centro per le procedure di frontiera ed è già presente un Cpr. Il cui utilizzo non determinerà, o non determinerebbe, alcun costo aggiuntivo”. Stanno in quell’oscillazione tra indicativo futuro e condizionale presente le ultime incognite del governo, se non del Colle, prima del via libera al nuovo tentativo di mettere in moto il protocollo Meloni-Rama: usare le strutture non per i richiedenti asilo sottoposti alle procedure accelerate di frontiera, ma per trattenere e forse espellere gli “irregolari”. Il decreto sarebbe imminente, anche se al Consiglio dei ministri manca una data.
Si tratterebbe, o si tratterà, di un vero e proprio testa coda rispetto agli annunci iniziali sul progetto, quando l’esecutivo lo presentava come uno strumento di deterrenza. Il ragionamento era questo: se porto in Albania il cittadino straniero che voleva arrivare in Europa, lo detengo per un mese e lo rimando a casa, quello sarà l’esempio vivente che attraversare il mare diretti in Italia non conviene. Il nodo erano le tempistiche. In quest’ottica il Cpr già costruito sarebbe dovuto essere solo l’ultimo passaggio della macchina deportazione/procedura accelerata/rimpatrio. Tutt’altra funzione, anche se Piantedosi fa finta di nulla, avrebbe se fosse destinato ai migranti irregolari, esclusi dall’asilo.
Le ipotesi sono due. La più accreditata è che l’esecutivo provi a parcheggiare in Albania persone che si trovano irregolarmente in Italia. Quelle già trattenute nei Cpr? Possibile, in media sono circa un migliaio. Certo avrebbe poco effetto mediatico e attirerebbe molte critiche per gli sprechi. A quel punto fatto 30 perché non fare 31, provando a imitare i rastrellamenti statunitensi degli “illegali”, operazioni in pettorina da esibire sui social e far terminare nella Guantanamo tricolore al di là dell’Adriatico. L’altra possibilità è trasferire a Shengjin e Gjader solo i naufraghi soccorsi in mare che non chiedono asilo: in Sicilia alcuni casi si registrano, spesso riguardano tunisini, ma sollevano molti dubbi sulla correttezza della procedura a cui sono sottoposti (e barare in Albania sotto gli occhi di parlamentari, avvocati e giornalisti sarebbe più complesso).
A rigor di norma sarebbe possibile solo questa seconda ipotesi, ma il carico rischia di essere davvero residuale in termini numerici e quindi mediatici. Il problema della prima è che mentre il protocollo di novembre 2023 autorizza il trasferimento dei migranti per “le procedure di frontiera e di rimpatrio”, la legge di ratifica di febbraio 2024 stabilisce che “possono essere condotte esclusivamente persone imbarcate su mezzi delle autorità italiane all’esterno del mare territoriale della Repubblica o di altri Stati membri dell’Ue”. La specifica non è casuale, ma risponde alla posizione pilatesca espressa da subito dalla Commissione Ue. Una settimana dopo la firma dell’intesa l’allora commissaria per gli Affari interni Ylva Johansson diceva: “Non viola la legge Ue, perché è fuori dalla legge Ue”. L’ idea si basava sulla finzione giuridica secondo cui le domande di asilo esaminate in Albania sarebbero venute da persone mai entrate nel territorio comunitario, evitando di considerare tale la nave italiana. E sul fatto che in Albania vale la giurisdizione tricolore ma il territorio resta extra-Unione. E proprio questo sarebbe l’ostacolo giuridico al cambio di destinazione d’uso che vuole il governo. Il 5 febbraio il nuovo commissario per gli Affari interni Magnus Brunner ha risposto a un’interrogazione parlamentare spiegando che l’attuale “direttiva rimpatri” permette di mandare un migrante irregolare in un paese terzo sicuro solo se ci è transitato o accetta volontariamente il trasferimento. Le cose cambieranno con la prossima direttiva, ma la commissione la presenterà, forse, l’11 marzo. Poi Parlamento e Consiglio dovranno trovare un compromesso. Serviranno dei mesi, come minimo.
Non si può escludere, però, che l’esecutivo decida di forzare la normativa Ue, magari appellandosi a quella a venire, come fatto in questi mesi, o sostenendo che in fondo visto che c’è la giurisdizione italiana è come se Shengjin e Gjader siano al di qua del mare. La Commissione non dirà nulla, per la Corte Ue servirebbero mesi o anni. “L’Albania non è un paese terzo sicuro ma un hub di passaggio”, ha detto martedì al Comitato Schengen la prefetta Rosanna Rabuano, capo del dipartimento Libertà civili e immigrazione del Viminale.











