di Giansandro Merli
Il Manifesto, 7 marzo 2025
Il Ministero si era opposto alla sospensiva del diniego d’asilo per un cittadino del Bangladesh. Nuovo insuccesso giudiziario del ministero dell’Interno sul protocollo Italia-Albania. La Corte d’appello di Roma ne ha rigettato il reclamo contro la sospensione del diniego dell’asilo deciso dalla Commissione territoriale per uno dei 43 migranti rinchiusi a Gjader a gennaio. È un cittadino del Bangladesh che il giorno dopo lo sbarco, in applicazione della procedura accelerata di frontiera, è stato audito per la protezione. Come in tutti i casi d’oltre Adriatico il No è arrivato in meno di 24 ore per “manifesta infondatezza”.
Il richiedente è poi comparso davanti alla Corte d’appello della capitale per l’udienza di convalida del trattenimento. Questa ha sospeso il procedimento in attesa che la Corte di giustizia Ue decida sui criteri di designazione dei paesi sicuri, ai cui cittadini sono riservate le procedure speciali in Albania, e sull’estensione del potere di controllo dei giudici. L’uomo, con tutti gli altri, è così tornato in libertà ed è stato trasferito al Cara di Bari.
È qui che l’avvocata Silvia Calderoni, nominata per l’udienza di convalida e poi per la domanda di protezione, lo ha incontrato per spiegare come funziona la procedura d’asilo, su cui non era adeguatamente informato, e preparare il ricorso. Questo è finito davanti alla sezione specializzata in immigrazione del tribunale capitolino che ha dichiarato la sospensiva del diniego, negando la possibilità di rimpatrio prima che un giudice si pronunci sull’asilo. La decisione è stata presa in attesa della causa pendente a Lussemburgo (parere dell’avvocato generale il 10 aprile, sentenza entro la primavera). La Corte d’appello ha ribadito che tutto dipende dalla designazione del paese sicuro: se il Bangladesh non lo è la procedura accelerata di frontiera è stata illegittima. Ragionamento che vale per tutti gli altri casi, compresi quelli dei cittadini egiziani.










