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di Tommaso Fregatti

 

Il Secolo XIX, 3 giugno 2019

 

"A Tripoli mesi infernali, per loro ero uno schiavo mi picchiavano tutti i giorni". Fofana ha 18 anni e indossa il braccialetto numero 30. Ha il volto segnato, è provato. Arriva dalla Costa d'Avorio e per anni ha fatto il muratore in Libia: "Poi è scoppiata la guerra", sottolinea.

Lui e il suo amico hanno deciso di salire su un barcone della speranza e cercare di iniziare una nuova vita in Europa e precisamente in Spagna: "Dove ho alcuni amici", precisa agli agenti della seconda e quarta sezione della squadra mobile che ieri pomeriggio sono saliti a bordo della nave della Marina Militare e li hanno interrogati.

Non è stato semplice rintracciare gli scafisti: "Ha fatto tutto il mio amico, ha pagato il viaggio lui". SÌ ferma Fofana e racconta la sera della partenza: "Siamo arrivati all'inizio di una foresta, alla nostra destra c'era il mare. Ricordo che c'era tanta gente nascosta tra gli arbusti. C'erano persone armate di kalashnikov che erano minacciose. Ci dicevano di nasconderci e non uscire fino al loro segnale. Qualcuno è stato anche picchiato selvaggiamente perché non ha rispettato l'ordine".

Nel cuore della notte è arrivato il segnale: "Siamo partiti tutti di corsa, diretti al gommone - prosegue Fofana - gli scafisti dell'organizzazione non c'erano ma ci hanno dato una decina di bariliblu con circa venti litri di carburante ognuno e ci hanno spiegato come metterlo nel motore. Quindi ci hanno messo in mano una bussola dicendoci di seguire una determinata direzione".

Dopo due giorni e mezzo di navigazione i problemi e il rischio di finire affogati: "Ricordo gli elicotteri che ci hanno sorvolato, l'intervento della nave e i primi viveri a bordo che ci hanno salvato la vita. Ora il mio sogno è restare in Italia e cominciare una nuova vita".

Ickaka, invece, sogna di andare a vivere in Francia. Non scappa dalla guerra, non scappa dalla fame. Ma è in fuga per amore. Ha 26 anni e si è innamorato della donna sbagliata: la moglie di suo fratello. "Lui è partito per un lungo viaggio - spiega alla squadra mobile - e io ho avuto una relazione con sua moglie. Quando mio fratello è tornato abbiamo deciso di dichiararci. Non ha accettato questa situazione e ha cercato di uccidermi. Aquel punto ho dovuto lasciare la Costa D'Avorio e sono stato prima in Buriana Faso e poi in Libia dove ho iniziato a fare il muratore".

A Tripoli, però, è stato rapito dai ribelli: "Sono iniziati sei mesi infernali per me - prosegue - in cui ho fatto da schiavo ai padroni del posto. Ho addirittura dovuto costruire una villa al padrone del carcere dove ero detenuto - prosegue - e venivo picchiato alla sera e alla mattina". Ickaka si interrompe, prende tempo e prosegue: "Un mio conoscente mi ha prospettato la possibilità di venire in Europa e dopo aver messo insieme qualche risparmio ho trovato il modo per pagare il viaggio. Ho consegnato ad alcuni amici circa duemila dinari libici (circa mille euro n.d.r) e una sera mi sono venuti a prendere con una macchina e mi hanno portato vicino ad un bosco.

Qui abbiamo atteso due giorni il momento propizio prima di partire. Sono stati giorni carichi di tensione e paura. Eravamo minacciati da persone armate che prendevano a calci e pugni la gente. Per qualche attimo ho anche deciso di non partire ma temevo mi uccidessero".

In mare sono state vissute sette ore da incubo: "Eravamo in balia delle onde e non sapevamo se qualcuno sarebbe venuto a salvarci. Dopo un po' non ci pensavo più e quando ho visto arrivare la nave mi sembrava un sogno".