di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 1 agosto 2018
Più di 1.400 movimenti nelle ultime settimane: dopo mesi passati in porto senza soldi per il carburante, le motovedette della Guardia costiera libica sembrano aver trovato una particolare voglia di intervenire nei soccorsi in mare. E la ragione, probabilmente, è nell'impegno che l'Italia, ma anche l'intera Unione europea, sembra aver preso con il presidente Fayez al Serraj. Settembre sarà un mese importante per la Libia, perché la nuova campagna che il ministro dell'Interno Matteo Salvini vuole portare a Bruxelles, è quella di far dichiarare Tripoli e altri porti del Nord Africa, "porti sicuri".
Ovvero luoghi dover poter approdare avendo la possibilità di chiedere l'asilo politico o un permesso di soggiorno. Una sfida non da poco, e che sembra molto difficile da vincere, soprattutto per via delle tante leggi internazionali che pongono precise regole a chi accoglie i migranti. Il responsabile del Viminale, però, è orientato a insistere per aprire questo fronte nel dibattito, cercando di coinvolgere anche la Tunisia, l'Algeria, e tutti quei posti che sono considerati a rischio diritti umani.
Il primo obiettivo è stato raggiunto con la creazione di un'area Sar di intervento da parte della Libia, nei confronti della quale l'Europa sembra aver mostrato un'apertura reale soprattutto di recente. E infatti, con il supporto della Ue, Tripoli ha preso possesso della parte di mare davanti alle proprie coste per le operazioni di ricerca e salvataggio (Sar è l'acronimo inglese di "search and rescue"). Il governo libico ha nuovamente inviato richiesta di certificazione all'Imo, la Authority marittima dell'Onu, dopo il ritiro della pratica avanzata un anno fa.
E questa volta lo ha ottenuto. Finora, pur avendo ratificato la convenzione di Amburgo, Tripoli non aveva dichiarato quale fosse la sua specifica area di responsabilità e la competenza per il salvataggio dei migranti in mare, di fatto, spettava all'Italia. Ora, le navi impegnate in quelle acque fanno regolarmente ritorno sulla costa dalla quale sono salpate. Ma ciò, naturalmente, non può bastare a garantirgli il riconoscimento di "porto sicuro", ed è per questo che il Viminale intende affrontare la questione in Europa.
"Del resto - spiegano - già durante il precedente governo i migranti venivano riportati in Libia. È ipocrita fare accordi con le tribù locali, e poi dire che non puoi respingere". Inoltre, per i paesi africani che affacciano sul Mediterraneo saranno più opportunità, più affari, più interessi, e probabilmente anche più denaro da parte dell'Unione europea.
Come Tripoli anche nei confronti di Tunisi è aperto il dibattito riguardo alla possibilità che vengano riconosciuti come "piace of safety". E la questione si è posta nuovamente di recente, nel caso della nave "Sarshot 5", da giorni bloccata in acque tunisine, senza riuscire ad approdare. È facile immaginare che il governo in carica a Tripoli abbia ottenuto di recente aiuti economici di una certa importanza, e abbia quindi risposto con un impegno maggiore negli interventi in mare.
Le partenze si sono drasticamente ridotte, la diplomazia è in grande fermento, e c'è molta attesa per la Conferenza sull'immigrazione e la sicurezza che il governo libico sta organizzando per settembre. Un appuntamento al quale ha aderito anche il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi, che proprio qualche giorno fa ha incontrato i vertici dell'Eni.
La sua presenza a un incontro organizzato dal governo in carica, viene giudicata molto importante, visto che da sempre Il Cairo è stato schierato al fianco del generale Khalifa Haftar, acerrimo nemico e avversario di al Serraj.










