di Alice Dominese
Il Domani, 13 maggio 2025
La storia di Richard. Parla il membro dell’equipaggio di Humanity 1, la nave con cui l’Ong tedesca Sos Humanity dal 2022 ha soccorso più di quattromila naufraghi. “L’Europa è vista come un luogo dove tutto è possibile”. Quando Richard ha deciso di unirsi alle Ong che si occupano di soccorrere i migranti nel Mediterraneo non immaginava che ci fossero così tante persone disposte a rischiare la vita per raggiungere l’Europa. Nato e cresciuto in Ghana, Richard è un marinaio con una lunga esperienza sulle navi cargo alle spalle. Da quasi 10 anni ha cambiato vita e attualmente lavora come membro specializzato dell’equipaggio sulla Humanity 1, la nave con cui l’Ong tedesca Sos Humanity dal 2022 ha soccorso più di quattromila naufraghi.
“La prima missione a cui ho partecipato era anche la mia prima volta in Europa. Era inverno e tremavo per il freddo. Non ero abituato a quelle temperature e ciò che ho visto è stato spaventoso - racconta Richard - Avevamo salvato centinaia di persone in pericolo su barchini instabili e alla deriva, alcune sono morte. Mi ero detto che non sarei più tornato a bordo, invece non ho più smesso. Sono diventato un attivista e amo il mio lavoro”. Prima di unirsi a Sos Humanity, Richard ha lavorato con altre tre Ong per i diritti umani, attraversando il Mediterraneo centrale anche a bordo dell’Alan Kurdi, la nave dell’Ong tedesca Sea-Eye intitolata al bambino siriano ritrovato 10 anni fa senza vita su una spiaggia turca, a seguito di un naufragio.
Tra il 2016 e il 2018, sulla nave Aquarius delle organizzazioni Sos Méditerranée e Medici senza frontiere, ha collaborato al salvataggio di quasi 30mila persone. Quando poi nel 2023 il tribunale di Vibo Valentia ha dichiarato illegittimo il fermo amministrativo imposto alla Sea-Eye 4, riconoscendo la legittimità del soccorso svolto dalla nave su cui aveva prestato servizio, Richard ha tirato un sospiro di sollievo.
Ogni operazione umanitaria in mare è imprevedibile. In questi anni di navigazione ha assistito a operazioni di salvataggio critiche con decine di persone cadute in mare: “Vedevo solo le loro mani agitarsi in superficie, alcuni sono affogati. Una persona che avevamo portato a bordo ancora viva, invece, l’abbiamo ritrovata morta il giorno dopo”.
Richard scandaglia uno dopo l’altro i ricordi dei soccorsi a cui ha partecipato, dove storie di morte e speranza si intrecciano: “Una volta da una barca siamo riusciti a salvare una donna e un bambino di due anni, tra le persone che erano morte durante il viaggio c’era anche sua madre. Lui la cercava di continuo senza smettere di piangere, così l’unica donna sopravvissuta l’ha preso in braccio e da quel momento non l’ha più lasciato. Sono sbarcati insieme e ora vivono in Italia come madre e figlio”.
Dopo i salvataggi la vita a bordo per i naufraghi può essere difficile. “Persone provenienti da paesi diversi e con abitudini diverse tendono a litigare più facilmente, anche solo per la condivisione degli spazi o per avere una coperta in più con cui dormire meglio la notte”, spiega Richard. In altri casi le tensioni sociali e religiose richiedono una mediazione immediata per garantire la coesistenza pacifica, almeno fino al porto di sbarco. Ma sono soprattutto i vissuti personali e le violenze subite durante il viaggio a provocare situazioni critiche.
Come quando vittime e carnefici soccorsi dalla stessa nave si incontrano di nuovo: “Senza che lo sapessimo, un ragazzo sudanese aveva riconosciuto l’uomo da cui aveva subito le torture in Libia alcuni mesi prima. Mentre entrambi erano in coda per ricevere il pranzo, gli ha lanciato il piatto addosso - ricorda Richard - Si sono messi a lottare furiosamente, ma dopo averli divisi il ragazzo ha iniziato a raccontare cosa gli era successo e la rabbia ha lasciato il posto alla ricerca di supporto”.
Durante i salvataggi a Richard è successo più volte di incontrare suoi connazionali partiti dal Ghana per fuggire dalla povertà o per ricongiungersi con i loro parenti in Europa. Come una ragazza intenzionata a raggiungere la madre in Belgio, a cui però era stato negato il visto per anni. Quando restare in Ghana per lei era diventato troppo difficile, ha deciso di partire per la Libia e lasciare l’Africa su una barca. Con lei, così come con tanti altri, Richard è rimasto in contatto. “Mi colpisce sempre come siano disposti a sacrificare tutti i loro risparmi per andarsene. Anche se il mio è un paese democratico e più ricco rispetto ad altri paesi africani, per tante persone lasciarlo è davvero l’unico modo per cercare una vita migliore e un lavoro stabile”. In Ghana, circa il 24 per cento della popolazione vive in condizioni di povertà estrema al di sotto della soglia nazionale, mentre i disastri ambientali, legati soprattutto allo smaltimento della plastica e dei vestiti in arrivo dall’Europa, provocano gravi problemi di salute pubblica.
Il costo medio della vita si aggira sui 200 euro al mese; per lasciare il paese legalmente ne servono almeno 10mila. Anche per questo ci sono giovani che vendono l’eredità ricevuta dai genitori per riuscire a partire, ma non sempre il denaro è sufficiente. Gli imbrogli dei trafficanti sono dietro l’angolo, così come il rischio di finire nei circuiti di tratta e sfruttamento.
“L’Europa è vista come un luogo dove tutto è possibile, dove piovono soldi e dove la vita è più facile, ma è importante rendere consapevoli le persone che non è tutto facile come sembra - dice Richard - Anche spiegare a chi vuole partire la pericolosità del viaggio che dovrà affrontare, prima nel deserto e nelle prigioni libiche, poi via mare, è fondamentale. Il governo ghanese cerca di farlo attraverso dei servizi tv, ma molte persone non hanno comunque altra scelta”.











