di Ferruccio de Bortoli
Corriere della Sera, 15 luglio 2026
Mentre si parla, un po’ a vanvera, di “remigrazione”, lasciando intendere che si possano organizzare addirittura giganteschi flussi di ritorno, ovvero deportazioni, vale la pena di segnalare l’esperienza di alcuni “corridoi lavorativi” per rifugiati. Se non altro per riconciliarci con il meglio della nostra tradizione di civiltà e di solidarietà umana. Stiamo parlando di “corridoi lavorativi” e non solo umanitari come quelli resi possibili dall’impegno di Sant’Egidio che richiedono ogni volta la negoziazione di accordi ad hoc. In questo caso vi è un impianto normativo di base, il decreto Cutro, e il coinvolgimento diretto del governo con ben tre ministeri. Per cui risulta abbastanza strano che la maggioranza non ascriva i “corridoi lavorativi” tra i suoi meriti, forse perché politicamente è improduttivo. Ma è solo una sensazione.
L’iniziativa, meritoria, promossa dall’Unchr, l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati, consente l’ingresso regolare per lavoro di persone che vengono formate all’estero, seguono un’istruzione linguistica, civica e tecno-professionale sulla base delle necessità delle aziende italiane che poi li assumeranno. Come spiega Giovanna Li Perni, responsabile delle private partnership and philantropy di Unchr, il progetto è sostenuto da Acri, Compagnia San Paolo, Intesa, Fondazione Accenture Italia, Reale Mutua, Flora Fund Shapiro Foundation. Sperimentato per la prima volta con successo dall’Unione industriali di Torino, ha consentito di reperire ingegneri in Uganda, specialisti orafi in Siria, tecnici dell’handling aeroportuale in Colombia tra i rifugiati venezuelani. Nei giorni scorsi è stato lanciato il tavolo lombardo e si aspetta l’adesione di grandi aziende che facciano, come è accaduto a Torino, da capifila ai corridoi lavorativi. Il coinvolgimento delle fondazioni è prezioso per superare molti problemi pratici legati all’accoglienza. Chi fugge da regimi e persecuzioni non perde abilità e titoli di studio. L’esperienza dei “corridoi” non è solo concentrata sul tempo di lavoro ma anche, e soprattutto, su quello della vita, migliore per tutti, nelle comunità.










