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di Giorgia Linardi

La Stampa, 8 giugno 2023

L’ennesima contraddizione: le Ong impegnate nel soccorso in mare sono state ascoltate ieri dalle commissioni Esteri e Difesa riunite a Montecitorio, nell’ambito della partecipazione dell’Italia a missioni militari internazionali, mentre a Palazzo Chigi si è tenuto l’incontro del nostro esecutivo con una delegazione di ministri del governo di Tripoli. Al centro la discussione e la sigla di una nuova intesa sulla cooperazione in materia di sicurezza e lotta alla migrazione irregolare.

L’accordo impegnerebbe le due parti ad avviare iniziative di cooperazione per ridurre l’afflusso di migranti irregolari, oltre a fornire i mezzi necessari per le “operazioni di salvataggio in mare” - in realtà vere e proprie operazioni di cattura, spesso violente, come testimoniato dalle immagini divulgate dagli aerei di monitoraggio civile di Sea-Watch. Questi guardiani dei diritti calpestati nel Mediterraneo hanno visto la sedicente guardia costiera libica speronare pericolosamente navi cariche di persone in pericolo, frustarle e bastonarle durante quelle che non possono ipocritamente chiamarsi operazioni di soccorso, lanciare patate - sì, patate - contro gli equipaggi delle Ong durante le delicate operazioni di soccorso con persone in acqua, minacciare di sparare contro le navi di soccorso civili e di abbattere i nostri aerei: testimoni scomodi dei crimini contro l’umanità commessi davanti alle nostre coste nella più totale impunità.

Insomma, il governo stringe di nuovo la mano ai libici per rivendicare e rafforzare ulteriormente lo stesso approccio criminale, nonostante le evidenze esposte ancora una volta ieri dalla società civile in Parlamento sul feroce ciclo di abusi alimentato dagli accordi con la Libia nei confronti di chi, anche se riportato indietro, non ha alternativa se non ritentare la fuga via mare.

Di questi abusi ha parlato - per la prima volta accanto alle Ong in un contesto di audizione parlamentare - David Yambio, arrivato circa un anno fa da Tripoli con un volo umanitario dopo essere stato ricercato dai libici per aver guidato la protesta delle persone migranti attraverso il movimento “Refugees in Libya”. Bambino-soldato a cui in Sud-Sudan hanno messo un fucile in mano a 12 anni: “Ho sparato alla mia gente”, ha raccontato - senza aver avuto scelta, se non quella di fuggire. In Libia è stato in 17 luoghi di detenzione e tortura, dove ha vissuto e testimoniato le sevizie in cui i trafficanti sahariani sono veri e propri maestri. “L’ho vissuto sulla mia pelle” - ha commentato David in riferimento alle conseguenze degli accordi tra Italia e Libia. Ma nulla sembra poter fermare la corsa dell’Italia alla creazione di un cordone di sicurezza nel Canale di Sicilia, alla vigilia dell’estate e del voto odierno a Bruxelles sul Patto europeo su migrazione e asilo. L’incontro con il premier libico, infatti, è stato preceduto da un incontro in Tunisia martedì con l’autoritario presidente Saied. La società civile tunisina, a rischio di ritorsioni e arresti arbitrari, ha risposto unendosi in protesta e definendo Meloni “persona non grata”.

Intanto l’inesorabile conta dei dispersi nel Mediterraneo sale a oltre 1150 persone (fonte Oim) e ha una nuova, tragica foto-simbolo che mostra il corpicino galleggiante di una bambina di pochi mesi, imbottita di acqua e infagottata in una tutina da neve rosa, alla deriva senza vita e senza madre, inghiottita anch’essa dal mare, davanti alle coste tunisine. Le immagini di protesta da Tunisi mostrano donne che chiedono giustizia per i propri figli scomparsi in mare, stringendo un cartellone con una scritta in italiano che così commenta la visita della premier Meloni: “Meglio porco che fascista”.