di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 22 aprile 2025
Polemiche sui costi dei Cpr in Albania Calenda: “Basta così, non funzionano”. I Centri in Albania “non funzionano”. È un ritornello ormai costante quello che arriva dalle opposizioni sulle strutture fatte costruire dal governo a Schengjin e Gjader e ormai trasferiti in Cpr. Ieri i centri sono tornati alle cronache per la storia di Fahim, venditore di rose bengalese la cui vicenda è stata citata anche dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Ma la storia è stata ripresa dalle opposizioni a dimostrazione del fallimento, dal loro punto di vista, del progetto di rimpatri che coinvolge l’Albania. “Quando lanciammo industria 4.0 per la prima volta presentammo obiettivi quantitativi per ognuna delle misure: quella sul venture capital non funzionò e non ebbi alcun problema ad ammetterlo e chiuderla - ha scritto il leader di Azione, Carlo Calenda, ripostando la notizia - Non comprendo, ma forse è la mentalità aziendale, perché in politica non si possa semplicemente dire: questa iniziativa non ha funzionato e la cambieremo. I centri in Albania non funzionano. Viceversa avremmo bisogno di più centri per i rimpatri in Italia. La soluzione appare dunque piuttosto lineare”.
Ma facendo un passo indietro è utile ricordare la storia di Fahim, partendo proprio dal comunicato del Viminale. È il ministero dell’Interno infatti a dare la notizia del ritorno nel suo paese di un cittadino del Bangladesh, con il ministro Piantedosi che spiega: “Sarà il primo di molti”. Ma, spiega Repubblica, far fare al trattenuto quattro viaggi in una settimana è costato circa 6mila euro. Ovvero il doppio del costo medio di un rimpatrio. Quattro volte perché Fahim, che faceva il venditore di rose nei ristoranti di Roma, aveva qualche piccolo precedente penale ed era privo di permesso di soggiorno, era finito a Ponte Galeria dopo essere risultato irregolare durante un controllo. Non essendosi opposto all’espulsione, proprio quando avrebbe dovuto presentarsi davanti al giudice di pace, Fahim è stato trasferito prima a Brindisi e poi a Schengjin, in Albania. Lì è rimasto una settimana, poi è tornato in Italia e ha preso un volo per il Bangladesh.
Dunque Fahim verrà ricordato come il primo rimpatriato dal Cpr albanese, ma non dall’Albania. Perché il protocollo firmato con Tirana non lo prevede e quindi per lui e per gli altri che seguiranno, resta comunque l’obbligo del rientro in Italia prima del volo di rimpatrio. Considerando che le misure di sicurezza previste per i trasferimenti degli immigrati da espellere prevedono la presenza di due poliziotti per ciascuno di loro, è evidente che i costi ulteriori dei viaggi vanno moltiplicati per tre ad ogni tratta. E dunque, un’espulsione che avrebbe potuto essere fatta direttamente dall’Italia al costo medio di un rimpatrio stimato dal Viminale in circa 2800 euro, ha visto aumentare la spesa dei viaggi da Roma a Brindisi prima e da Brindisi all’Albania andata e ritorno per tre persone.
Possibili problemi per la strategia del governo arrivano dalla Corte di Appello di Roma, la quale ha stabilito che non può essere trattenuto nel Cpr in Albania lo straniero che, dopo il trasferimento della struttura, chiede la protezione internazionale. I giudici si sono pronunciati sul caso di un extracomunitario trasferito a Gjader lo scorso 11 aprile, dopo essere stato espulso dalla prefettura di Napoli il 31 marzo. Nel corso della sua permanenza del Cpr l’uomo ha manifestato la volontà di presentare la domanda di protezione internazionale, formalizzata il 17 aprile. Questo passo, secondo la Corte, fa sì che lo straniero debba rientrare in Italia. Considerato che chiunque oggi si trovi nei centri in Albania può fare richiesta d’asilo, il rischio è che il Cpr rimanga a breve di nuovo vuoto.
Ma oltre alla questione Albania, le opposizioni alzano la voce anche su altre vicende, come quella che riguarda la Tunisia, dopo le condanne per oltre 40 oppositori accusati di aver cospirato contro lo Stato e il presidente Saied. “L’azzeramento dell’opposizione attraverso una giustizia pilotata dimostra quello che abbiamo sempre sostenuto - ha detto il segretario di Più Europa Riccardo Magi Saied è uno spietato dittatore e la Tunisia non può ricevere il riconoscimento automatico nella lista dei paesi sicuri: Meloni e Von der Leyen ne prendano atto”.











