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di Alessandro De Angelis

La Stampa, 1 febbraio 2025

La prima volta, lo scorso ottobre, i migranti erano una ventina, i trattenimenti in Albania furono bloccati, e si disse: colpa dei giudici. La seconda volta, a novembre, erano sette. Stesso copione, recitato con qualche decibel in più, per traferire il messaggio: non è il modello in sé che non funziona, è il pregiudizio delle toghe che lo blocca. Ad integrare il racconto fu varato, a mo’ di toppa riparatrice, il decreto migranti presentato come sfida, sempre ai giudici e come segnale di “efficienza”. Decreto piuttosto farraginoso, che interveniva sulla famosa lista dei Paesi sicuri, con l’idea di ridurre i margini interpretativi dei giudici. Fino a un certo punto però perché, per evitare l’incostituzionalità, quella funzione interpretativa non poteva essere tolta. Si poteva solo intervenire sulla lista dei Paesi sicuri, trasformandola da decreto interministeriale in legge. Ma è rimasta la discrezionalità di applicare la norma europea. Poiché anche quel decreto era solo uno spot per mostrare la non arrendevolezza sul tema, ma del tutto inutile nella sua applicazione pratica, altro intervento legislativo: i giudici dei tribunali sono ostili, allora trasferiamo la competenza alle corti d’Appello. Peccato che, per assenza di personale, vengono chiamati a decidere quelli che stavano nei tribunali ordinari. E patatrac: nuovo pronunciamento, medesimo esito, ieri, per quarantadue migranti.

C’è poco da fare, il punto è che il modello in sé che non funziona e non c’è forzatura giuridica che tenga. Ma la questione è più grande dei cavilli. È la classica, imperitura storia del dito e della luna. L’ossessione del dito (il cavillo) è solo la trovata propagandistica. Serve a mantenere il racconto cattivista, che si nutre di emozioni e di lavoro sull’immaginario, sulla ragione sociale “par excellance” della destra sovranista: la difesa dei confini. Le emozioni sono le paure, l’immaginario è il pugno di ferro, con i migranti e coi giudici, il “nemico” che, dall’Albania a Lo Voi, vuole impedire la rivoluzione.

Il punto però è la luna. E cioè che il modello, presentato come un deterrente per fermare i flussi che arrivano anche da altre parti del “globo terracqueo”, non funziona. Né in sé né come “deterrente”. Anche ammesso che funzionasse sarebbe del tutto insufficiente un centro che al massimo può accogliere tremila migranti l’anno. Proprio gli ultimi quindici giorni squadernano il punto politico di fondo. Mentre riparte l’ennesima nave per l’Albania con quaranta poveri cristi, l’Africa, e in particolare la Libia, è un colabrodo come ha documentato Francesco Grignetti su questo giornale: 3354 migranti arrivati in due settimane. E, in fondo, anche il caso Almasri è una conferma della centralità della Libia, altro che Albania, e della preoccupazione di non far saltare il tappo.