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Il Manifesto, 21 agosto 2026

Tra aprile e maggio 2025 registrati 42 eventi critici. Sono sbarcate ieri a Bari, dopo tre giorni di navigazione, le 48 persone portate in salvo lunedì scorso nelle acque internazionali della zona Sar libica dalla Life Support, la nave di ricerca e soccorso di Emergency. Due, in condizioni critiche, erano già stati trasferiti in ospedale. Su terra ferma sono stati portati anche sette corpi senza vita: erano nella stiva del barchino di legno, a ucciderli probabilmente le esalazioni. I naufraghi sono originarie della Somalia e dell’Egitto, 5 sono donne, 31 i minori non accompagnati. I dati del Missing migrants project dell’Oim indicano in 1.699 le vittime nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno, 900 solo sulla rotta centrale.

Un ragazzo 17enne ha raccontato: “Ho deciso di lasciare il mio Paese per la mancanza di sicurezza. Ma anche perché lì non c’era un lavoro che mi permettesse di aiutare la mia famiglia. Ho quattro fratelli e quattro sorelle, mio padre è morto in un attacco di Al-Shabaab. Sono partito senza dire niente a mia madre. Prima di imbarcarmi a Zwara ho affrontato un lungo viaggio: ci ho messo un anno per attraversare Etiopia, Sud Sudan, Sudan e arrivare infine in Libia, dove gli immigrati subsahariani sono spesso imprigionati e picchiati. La traversata in mare è stata forse la parte peggiore: ero sottocoperta, avevo due amici, uno l’hanno portato in ospedale, l’altro purtroppo è morto lì. Ora spero di trovare sicurezza, una delle mie zie è in Germania”.

Superare le Alpi lo renderebbe però un dublinante proprio quando il nuovo Patto Ue immigrazione e asilo, nonché l’avanzata delle destre, sta irrigidendo i confini. Amnesty International ha diffuso ieri un report sugli effetti dell’accordo Italia-Albania, che secondo la premier Meloni ha fornito uno dei modelli per sviluppare i futuri return hub in Africa. La ricerca (“Italia: la detenzione extraterritoriale delle persone migranti e gli obblighi in materia di diritti umani”) esamina l’accordo del 2023 che ha istituito i due centri di Shengjin e Gjader con il trasferimento forzato e il trattenimento di centinaia di persone, l’accesso fortemente limitato all’assistenza legale. Le condizioni detentive e il grave costo umano delle politiche di esternalizzazione dell’Italia potrebbero aver contribuito a indurre alcune persone detenute a compiere atti di autolesionismo o a tentare il suicidio. “Il fine ultimo della detenzione extraterritoriale è cercare di aggirare ed evadere la responsabilità di rispondere alle necessità di chi migra e l’obbligo di dare asilo a chi ne necessita” spiega Eve Geddie, direttrice dell’ufficio di Amnesty International presso le istituzioni europee.

Tra ottobre 2024 e gennaio 2025, sulla base dell’accordo, l’Italia ha svolto tre operazioni in mare e trasferito 74 persone direttamente dalle acque internazionali in Albania. Dopo numerose sentenze di tribunali italiani che non avevano convalidato il trattenimento, l’Italia ha cessato i trasferimenti. Nel marzo 2025 il governo ha modificato l’accordo per consentire la detenzione in Albania di persone raggiunte da un provvedimento di espulsione in Italia: “Negli ultimi 15 mesi oltre 500 uomini, prevalentemente razzializzati, sono stati forzatamente trasferiti nel centro di detenzione di Gjadër. Nel Cpr, tra l’11 aprile e il 16 maggio 2025, sono stati registrati 42 eventi critici, tra cui due tentate impiccagioni, una protesta in cui tre persone hanno riportato ferite da schegge di vetro e vari casi di autolesionismo”. E ancora: “Il governo italiano ha ostacolato il monitoraggio indipendente dell’attuazione dell’accordo, anche attraverso restrizioni ai controlli parlamentari e aggirando le normali procedure legislative. Limitando l’accesso e la supervisione di osservatori indipendenti sui diritti umani, cosa accada nei centri di detenzione in Albania rimane largamente segreto. Benché le persone detenute in Albania ricadano sotto la giurisdizione italiana, la loro distanza fisica dall’Italia e il limitato accesso ad avvocati, a giudici e ad altre misure di garanzia compromettono significativamente l’efficacia del diritto d’asilo e l’accesso alla giustizia”.

Un avvocato intervistato da Amnesty ha affermato di non essere stato in grado di conferire col suo cliente prima di un’udienza d’asilo e di non aver avuto sufficiente tempo per preparare la difesa. A suo parere, il fatto che sui verbali delle udienze d’asilo siano riportate risposte a monosillabi è segno che le persone si sentissero intimidite. Geddie: “Il modello Italia-Albania è impossibile da attuare nel rispetto degli obblighi sui diritti umani”.