di Concetto Vecchio
La Repubblica, 11 giugno 2025
Una fetta non trascurabile di elettori che alle ultime Europee avevano votato Pd ha respinto la proposta di dimezzare da dieci a cinque anni i tempi di residenza per diventare italiani. Elly Schlein si era espressa per il sì. A Firenze un elettore su quattro del Pd ha votato no al quesito sulla cittadinanza. A Bologna uno su cinque. A Genova il 22 per cento. Lo certificano i flussi analizzati in dieci grandi città dall’Istituto Cattaneo. Sorprendente? Non tanto. Non si spiega altrimenti quel 34,57 per cento di no per il quinto quesito, scheda gialla, al referendum dell’8 e 9 giugno.
Un dato che in pochi si aspettavano, e che si discosta dai valori (tra il 10 e il 12 per cento di no) espressi per i rimanenti quattro quesiti sul lavoro. Però non c’è uniformità di valori. Nel centro sud i no degli elettori democratici alla cittadinanza si riducono sensibilmente: il 13 a Roma, il 14 a Napoli, il 16 a Bari, l’8 a Palermo. A Milano invece solo l’11 per cento ha scelto no. E quindi una fetta non trascurabile di elettori che alle ultime Europee avevano votato Pd ha respinto la proposta di dimezzare da dieci a cinque anni i tempi di residenza per diventare italiani. Elly Schlein si era espressa per il sì.
La maggioranza degli elettori del Movimento 5 Stelle, a cui invece era stata lasciata libertà di scelta, ha votato compattamente no nelle principali città, tranne che a Napoli e a Palermo, dove si sono registrate maggioranze bulgare pro cittadinanza. Roma segna un pareggio (50 e 50) mentre Bologna, la città del Vaffaday, registra il 69% degli elettori per il no e il 31 per il sì. Nessun traballamento o distinguo nell’elettorato di Avs e Sinistra italiana: i sì vanno dall’89 al 100 per cento.
“Le stime sono basate sul modello statistico, quindi affette da un certo margine di incertezza”, precisa il direttore del Cattaneo, Salvatore Vassallo. Come spiegare però questo sentimento nell’elettorato progressista? Viene da lontano, risponde Vassallo. “Sin dalla metà degli anni Novanta i sondaggi certificano una maggiore cautela verso i temi dell’immigrazione negli elettori rispetto alla classe dirigente. Questo vale sia per le categorie che si sentono sfidate dagli immigrati sia per i più anziani, colpiti anche dai fatti di cronaca”. Lorenzo Pregliasco di YouTrend, prima della consultazione, faceva notare che per il quinto quesito vigeva una sorta di voto d’opinione, con la Cgil concentrata soprattutto su quelli del lavoro. E ci sono inoltre notevoli differenze tra giovani e anziani, tra centro e periferia. Più ci si allontana dalle Ztl, anche a sinistra, più si diventa conservatori, diffidenti.
È una sconfitta quindi che brucia doppiamente a sinistra. Nel fronte dei referendari è già partita la resa dei conti. Riccardo Magi, il segretario di +Europa, promotore del quesito sulla cittadinanza, ha accusato “una parte significativa del M5S che non l’ha sostenuto”. “Io ho votato sì, ma lo strumento era sbagliato”, gli ha risposto Giuseppe Conte. “Chi l’ha promosso rischia di allontanare anche la soluzione di un problema che invece va affrontato con una diversa soluzione”, ha aggiunto il leader M5S. Antonio Tajani - il leader di Forza Italia - ha così buon gioco nel rilanciare lo Ius Italiae. “La proposta è depositata alla Camera e al Senato. Conte ci dica se è favorevole ad un percorso di 10 anni di scuola frequentati con profitto per ottenere la cittadinanza italiana. Cinque anni sono insufficienti, come ha dimostrato il referendum”, ha detto il ministro degli Esteri.
“Sia Tajani che Carlo Calenda propongono di approvare la soluzione che il M5s propone da anni. Vediamo se sono solo chiacchiere, come è già successo nella scorsa estate - quando gli annunci di Tajani si rivelarono diversivi da ombrellone - o se finalmente si vuole fare sul serio: le proposte - a partire dalla nostra - sono depositate in Parlamento e la maggioranza ha i mezzi per far partire subito il loro esame”, la controreplica di Giuseppe Conte. Ci sono i margini nella maggioranza? Dalla Lega alzano subito muri. “Nelle ore in cui perfino l’esigua minoranza che ha votato i referendum ha seriamente messo in discussione la cittadinanza facile, è necessario ribadire che per diventare italiani non possono essere previste scorciatoie di alcun tipo”, hanno messo le mani avanti i capigruppo di Camera e Senato Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo.











