di Alessandro Zenti
Il Manifesto, 21 febbraio 2026
Nei vicoli di fango del ghetto nel foggiano, dove non c’è traccia di futuro. Due chilometri e mezzo di terra battuta attraversano i campi come una ferita aperta. Da un lato Borgo Mezzanone: poche case sbiadite dal tempo, un bar, una chiesa, una scuola elementare che resiste per inerzia. Tracce di un’Italia coloniale, dove i parafulmini appuntiti sui tetti sembrano ancora vigilare su un passato che non ha mai smesso di respirare. Una statua della Madonna, in una nicchia di cemento, guarda verso la pista. Il suo sguardo di pietra consumata sembra attraversare lo spazio senza vedere, come tutti gli altri. Dall’altro lato, “la pista”: l’ex aeroporto militare diventato rifugio di lamiera e disperazione, il ghetto più grande d’Europa dopo la fine della Giungla di Calais.
Un luogo nato dalla memoria della guerra, ora usato per ospitare un’altra guerra: quella silenziosa della sopravvivenza. Tra i due mondi, ogni giorno, scorre un fiume di uomini. Un fiume che non conosce piene né secche, solo un flusso costante, torbido, di corpi che si spostano dal sonno al lavoro e dal lavoro al sonno.
Ragazzi africani scendono dall’autobus a piccoli gruppi, con lo stesso passo stanco, la stessa ora segnata nel sangue. Camminano tra i campi portando sulle spalle vestiti, legna, cartoni, pacchi di pasta distribuiti da qualche associazione dal nome gentile: “Aiuto c’è.” I pacchi sono leggeri, quasi simbolici. Dentro c’è il giusto per non morire, mai abbastanza per vivere. Hanno freddo addosso anche quando il sole è alto. Le magliette leggere sono svanite, rimpiazzate da felpe lise e giubbotti rattoppati. Le scarpe raccontano la terra: sono incrostate, consumate, troppo grandi o troppo piccole. Piedi che hanno camminato deserti, attraversato confini, calpestato spine, e ora affondano nel fango pugliese. Ogni passo è un piccolo annegamento.
Mi salutano.
- Ciao, come va?
- Salam alaykom.
Camminiamo fianco a fianco per un tratto. Le parole si consumano nel silenzio. Sono appena tornati dai campi. Bastano le loro suole impastate di fango per capire tutto. I loro sguardi, rivolti a un orizzonte che per loro si è ristretto al perimetro del campo e alla sagoma della baracca, dicono il resto. Durante la raccolta del pomodoro, il ghetto si gonfia come un polmone malato: cinquemila persone stipate tra le baracche, cinquemila vite che si piegano all’alba e si rialzano a notte fonda. Lavorano così, ogni giorno, per pochi euro e nessuno sguardo. Il gesto è sempre lo stesso: chinarsi, afferrare, raddrizzarsi, gettare. Un movimento ripetuto migliaia di volte, fino a quando il confine tra corpo e macchina si dissolve. Il pomodoro rosso, succoso, simbolo del Mediterraneo, diventa il peso che piega le loro schiene. Su quelle schiene si regge l’economia di un intero distretto, un’economia che preferisce non guardare in faccia i suoi pilastri. Secondo la Coldiretti in Puglia si raccoglie il 40% del pomodoro totale nazionale.
Al piccolo mercato all’ingresso, l’inverno si annuncia prima del cielo: sparite le scarpe estive da due euro, le bancarelle mostrano scarponi rigidi, giubbotti pesanti, maglioni sformati. È un commercio della disperazione, dove tutto costa poco e vale ancora meno. La merce arriva chissà da dove, passa di mano in mano, consumata fino all’osso, come le persone.
Su un palo di ferro, da mesi, pende un cartello: Sales boy wanted. Un’offerta di lavoro nel luogo dove il lavoro coincide con la schiavitù. La parola wanted risuona grottesca. Cercato. Desiderato. Qui tutti sono wanted solo finché le loro braccia reggono, i loro occhi sopportano la fatica. Poi diventano fantasmi, presenze sbiadite tra le lamiere.
Il freddo taglia la pelle. L’aria odora di plastica bruciata e resina. Decine di bidoni improvvisati ardono lungo i viali di terra: dentro ci finiscono mobili smontati, pannelli, scarti di gomma. Le fiamme salgono alte come una preghiera disperata, mentre la sera cala. Intorno ai bidoni, cerchi di uomini. Non parlano molto. Guardano il fuoco. In quelle fiamme vedono forse i ricordi di case lontane, o semplicemente l’unica fonte di calore che possono permettersi. È un calore velenoso, che entra nei polmoni e vi si deposita, ma è pur sempre calore.
Un po’ più in là, due ragazzi fissano un telo nero sul tetto della loro baracca, con un pezzo di ferro arroventato. Impermeabilizzare, rinforzare, sopravvivere. È il rito d’inverno. Non hanno martelli né chiodi adeguati. Hanno la fisica elementare della disperazione: il ferro caldo fonde la plastica, la plastica fusa sigilla. Ogni giuntura è una piccola vittoria contro l’acqua, contro il freddo, contro il mondo.
Ma l’inverno, qui, non è una stagione: è una sentenza. È il tempo in cui si muore di morte silenziosa. Bracieri accesi dentro le baracche, bombole che esplodono, monossido invisibile che addormenta per sempre. Nessun rumore, nessun grido, solo il fumo che resta a galleggiare sopra le lamiere. La mattina dopo, qualcuno bussa su una porta che non si apre. Si fa largo. Si trova un corpo irrigidito. Poi arrivano i pochi volontari, arriva l’ambulanza a sirene spente. La baracca viene svuotata, le poche cose sparse. Qualcun altro, il giorno dopo, forse la occuperà. Il ciclo non si ferma. La sentenza viene eseguita in silenzio, in attesa della prossima condanna.
Poi c’è l’altra morte, quella che scorre nel sangue. Nei corpi piegati per dodici, tredici, quattordici ore sotto il sole o sotto la pioggia. Per reggere, per restare in piedi, per non cedere alla stanchezza, molti assumono Tramadol: un oppioide potente, nato come antidoto al dolore, diventato supporto di una sopravvivenza impossibile. Non cerca lo sballo - cerca respiro. Un respiro più profondo, che allontani per qualche ora il crampo alla schiena, il gelo alle ossa, il peso degli occhi. Ma il respiro, col tempo, diventa dipendenza. È la schiavitù dentro la schiavitù. La sostanza promette sollievo e invece crea un nuovo padrone, più subdolo, che si prende non solo le tue ore, ma la tua mente.
Il ghetto è anche un mercato, un crocevia di ciò che si consuma e di ciò che resta. Nei vicoli stretti, tra le baracche, ho visto arrivare pasticche colorate, nuove sostanze dal mercato nero. Tra queste, la Blue Punisher, l’ecstasy più letale d’Europa. Qui, dove la disperazione non conosce prezzo, ogni dose è una piccola lotteria della morte. Si compra un attimo di fuga, l’illusione di essere altrove, di essere diversi. Il prezzo può essere un collasso, un viaggio senza ritorno. E quando accade, è solo un’altra notizia sussurrata, un altro corpo che viene portato via. La roulette continua.
In mezzo a tutto questo c’è Muhammad, che tutti chiamano Kelly. Un ragazzo gambiano, due lacrime tatuate agli angoli degli occhi. Le lacrime non sono per sé stesso, mi disse una volta, ma per la madre che non sa dove sia, che forse lo crede morto. Quando mi vede, mi viene incontro, stringendo una scatolina. Dentro ci sono una lametta e un frammento di vetro.
“Alessandro, io oggi mangiare questo,” mi dice.
Lo guardo, scosso. Non è una minaccia, è una constatazione. È la logica finale di un luogo che ti dice, ogni giorno, che non vali niente.
“No”.
Per un istante non capisce. Il mio rifiuto non è verso l’oggetto, è verso l’idea, verso la resa. Poi abbassa gli occhi.
“Ok. Ok Alessandro”.
Più tardi lo rivedo ridere con dei bambini, vicino a un fuoco. Gioca, scherza, saluta i passanti. Nessuno risponde. Lui rimane lì, una figura sospesa tra la vita e il nulla. Quel riso è vero, è genuino, e proprio per questo è straziante. È la prova che dentro quella disperazione cova ancora un brandello di umanità, un desiderio di contatto che sopravvive a tutto. Ma è un’umanità che non trova risposta, che rimbalza contro il muro di indifferenza del ghetto e ritorna a lui, come un’eco.
Nel ghetto vivono molti come Kelly. Uomini che parlano da soli, donne che fissano il vuoto, ragazzi che non distinguono più la notte dal giorno. Le droghe come anestetico. Il silenzio come lingua unica. È un manicomio a cielo aperto senza medici, un cimitero di fragilità. Cammini e incroci sguardi che hanno visto troppo o che hanno deciso di non vedere più niente. Sono anime che la macchina dello sfruttamento ha consumato fino a spezzare qualcosa di irrimediabile all’interno. Eppure, anche tra loro, ci sono gesti di solidarietà: un piatto di cibo condiviso, una sigaretta passata, una mano tesa per sollevare chi è inciampato. È la grammatica minima della sopravvivenza collettiva.
Eppure, sulla carta, qualcosa si muove. Almeno così dicono.
Per Borgo Mezzanone sono stati stanziati 54 milioni di euro attraverso il Pnrr per “superare gli insediamenti abusivi”. Cinquantaquattro milioni. Una cifra che, camminando tra queste baracche, evapora nell’aria. Non c’è traccia di futuro nei vicoli di fango, né nei comunicati pieni di parole come dignità, integrazione, riqualificazione. Quelle parole suonano come una lingua straniera, forse più straniera di quelle parlate nel ghetto. Si dice che i soldi serviranno per costruire strutture, per offrire alternative. Ma intanto, oggi, l’unica struttura è la baracca, l’unica alternativa è il campo. I progetti si disegnano su carte geografiche che non corrispondono a questa terra. I fondi navigano in un limbo burocratico lontano anni luce dai bidoni in fiamme.
Tra i milioni annunciati e un uomo che stringe una lametta c’è un abisso. Tra la retorica della rinascita e il crepitio dei bidoni, c’è il fallimento di un continente intero. Un fallimento di umanità, di visione, di coraggio. L’Europa che qui dovrebbe manifestarsi con i suoi valori fondanti, si manifesta invece con la loro assenza. Questo non è il suo margine, è la sua prova. E sta fallendo.
Borgo Mezzanone non è un incidente. È una scelta ripetuta ogni giorno. È la scelta di chi compra i pomodori al supermercato senza farsi domande. È la scelta di chi fa leggi che rendono invisibili migliaia di persone. È la scelta di chi distoglie lo sguardo. Finché resterà in piedi, continuerà a esistere anche il sistema che lo ha generato: quello che accetta di mangiare pomodori raccolti da schiavi contemporanei, purché la schiavitù resti fuori dagli schermi televisivi, nascosta dietro il prezzo basso di una passata. È il nostro compromesso silenzioso, la nostra colpa collettiva. Seduto su un blocco di cemento, mentre il sole cola dietro i tetti di lamiera come metallo fuso, penso che l’unico vero miracolo sia la loro forza di restare vivi. Resistere qui non è un atto di eroismo, è un atto di ostinazione biologica. È il rifiuto istintivo del corpo a spegnersi. Noi, dentro la nostra comfort zone, qui non sopravvivremmo neppure una settimana. Non per il freddo o la fatica, ma per il peso dell’abbandono, per l’assenza di futuro percepibile, per l’umiliazione costante di essere considerati scarti. Loro lo fanno. Giorno dopo giorno. E questo li rende, loro malgrado, i testimoni più scomodi della nostra civiltà.
Le mie fotografie non chiedono compassione. Chiedono responsabilità. Chiedono di riconoscere che questo orrore non è un capitolo a parte della nostra storia, ma una pagina centrale del nostro presente. Chiedono di smettere di chiamare “emergenza” ciò che è struttura. Di smettere di chiamare “ospiti” coloro che sono il pilastro invisibile della nostra economia. Di guardare in faccia il nostro cuore oscuro.
Perché Borgo Mezzanone non è ai margini dell’Europa. È il suo cuore oscuro. Batte sotto la crosta civile del continente, pompando non sangue, ma indifferenza e sfruttamento. Finché questo cuore continuerà a battere, l’Europa non potrà mai dirsi davvero sana, davvero civile, davvero umana. È da qui, da questa ferita aperta nella terra battuta, che deve cominciare ogni discorso sul nostro futuro. Se avremo il coraggio di guardarla.










