di Alberto Infelise e Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 21 agosto 2020
Dalla Libia si continua a partire, anche se in questo caso i migranti oltre che in Italia possono finire pure a Malta. Un flusso che, tra alti e bassi, va avanti ininterrottamente da anni ma che in questi ultimi mesi è meno intenso: secondo molti osservatori a causa dell'emergenza Covid, secondo altri proprio perché, come hanno accertato i pm, alcuni trafficanti hanno trasferito oltre il confine con la Tunisia i loro affari.
In Libia ci sono le organizzazioni criminali di trafficanti più pericolose, i sovraffollati centri di detenzione dello Stato e le terribili "connection house" degli organizzatori delle traversate, uomini senza scrupoli spesso annidati nell'organizzazione del Paese, milizie guidate da persone ricercate in mezza Europa che in Libia agiscono indisturbate, a volte dall'interno della stessa Guardia costiera: uomini che prima mettono in mare su barche e gommoni decine di migranti e poi li vanno a riprendere al largo con le motovedette donate dall'Italia, con le buone o, molto più spesso, con le cattive.
Almeno settemila le persone riportate indietro solo quest'anno, secondo l'Oim. A volte, come accaduto lunedì 17, le imbarcazioni in avaria non vengono soccorse in tempo e i migranti muoiono annegati: l'altro giorno hanno perso la vita 45 delle 82 persone, 5 erano bambini, che erano su un gommone. Per le associazioni umanitarie è il naufragio più grave avvenuto nel 2020. Da inizio anno l'Oim calcola almeno 302 morti su questa pericolosa rotta.
Se poi le barche di disperati riescono ad allontanarsi dalle coste libiche, ben più distanti da quelle dell'Europa di quanto non siano quelle tunisine, e a finire nelle zone Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso) di competenza di Paesi europei, Italia e Malta anzitutto, può accadere anche l'inverosimile. È della scorsa primavera la denuncia di alcune associazioni umanitarie che hanno documentato alcune azioni di "respingimento" da parte delle autorità maltesi, con i migranti riportati in Libia, agevolando l'attività della Guardia costiera libica e perfino mettendo su una piccola flotta di finti pescherecci che, una volta presi a bordo i migranti, li ha riportati in Libia invece di sbarcarli a Malta. Rivelazione che ha messo in seria difficoltà il governo della Valletta e ha determinato l'apertura di una inchiesta della magistratura.
Quella dei respingimenti è una pratica vietata dalle norme internazionali e più volte denunciata dall'Unhcr e anche dall'Oim, l'organizzazione per le migrazioni delle Nazioni unite che nei giorni scorsi ha calcolato quanti migranti quest'anno sono stati intercettati in mare e riportati indietro dalla Guardia costiera libica, 6989: "La maggior parte di questi migranti finisce in stato di detenzione. Alcuni sono dispersi. È urgentemente necessaria un'azione europea per porre fine ai rimpatri in Libia", ha detto l'Oim.
Anche l'Italia, stando a diverse denunce, non sarebbe immune da certe pratiche; non è più da tempo un mistero che ai numeri di telefono della Guardia costiera libica per anni abbiano risposto militari della Marina italiana a bordo di una nave ancorata a Tripoli. E d'altronde, di fondi italiani alla Libia ne arrivano tanti, proprio per contrastare l'immigrazione clandestina.
Appena un mese fa, il 16 luglio, la Camera ha approvato il rifinanziamento delle missioni internazionali, compresa quella in Libia, che il 7 luglio aveva già avuto il sì del Senato. Alla Libia arriveranno 58 milioni di euro: 10 milioni, tre in più dello scorso anno, sono proprio per la missione bilaterale di formazione, addestramento e assistenza alla Guardia costiera libica, una cifra che porta a 22 i milioni la spesa affrontata da Roma per questo delicato settore da quando, nel 2017, fu firmato il memorandum Italia-Libia.
La "rotta balcanica" - Da qualche mese a questa parte, gli arrivi in Italia - meglio sarebbe dire i "transiti" per l'Italia - avvengono anche dalla "rotta balcanica", quella via terra che parte da Siria, Turchia e Grecia e arriva fino al confine di Gorizia. Nulla a che vedere con i numeri molto alti del 2015 ma le continue "restituzioni" alla frontiera friulana con la Slovenia, queste sì ammesse dai trattati Ue (in particolare, lo prevede quello di Dublino), dicono che quella rotta si è rianimata.
Migliaia di migranti sono segnalati ammassati a Bihac e Velika Kladusa, due località all'estremo Nord Ovest della Bosnia-Erzegovina al confine con la Croazia, da sempre considerate "terminal" per chi vuole entrare in Europa. E in Macedonia del Nord è stato imposto lo stato di emergenza per un mese nelle regioni a Nord e a Sud del Paese, ai confini con Grecia e Serbia. In Italia, governatori e sindaci del Nord Ovest da settimane lamentano una situazione che va peggiorando. E d'altronde, basta andare dall'altra parte del Nord Italia, al confine italo-francese di Ventimiglia, per avere le conferme. "La maggior parte di chi arriva qui e vuole andare in Francia - dice Simone Alterisio, che lì coordina un progetto migranti per la chiesa valdese - e che resta in attesa sotto i ponti del fiume Roja, arriva dalla rotta balcanica".
Anche i tunisini che sbarcano a Lampedusa hanno in mente la Francia, o un altro Paese francofono. Ma prima devono poterci arrivare, al confine di Ventimiglia: la crisi sanitaria del Covid li costringe a restare chiusi sulle navi noleggiate dal governo o nelle strutture di accoglienza, per trascorrere la quarantena. Poi, legalmente, dovrebbero chiedere asilo (che quasi certamente verrebbe respinto dato che sono migranti economici) ma non lo fanno proprio perché vogliono andare altrove.
Il risultato è che in tanti si aggirano per il Paese in clandestinità e che, se anche poi riescono ad attraversare il confine grazie a "passeur" a pagamento o a qualche ora di distrazione della polizia francese, spesso vengono bloccati a Mentone, e perfino nella più lontana Nizza, come accaduto qualche settimana fa a una famiglia, e restituiti all'Italia attraverso il varco di Ponte San Luigi.
Da un mese, il numero giornaliero di chi è rispedito in Italia è aumentato dai "soliti" 40-50 ad oltre cento. Loro, poi, ci riproveranno ancora e ancora, ma l'effetto è che restano clandestini e dunque più difficilmente controllabili. Molti rimangono in attesa a Ventimiglia, in condizioni molto disagiate e senza assistenza se non quella della Caritas, dei Valdesi e di qualche altra associazione, soprattutto da quando lo scorso luglio, complice l'emergenza Covid, il campo della Croce Rossa attivo da anni è stato smobilitato e chiuso.
I decreti Salvini e la sanatoria - Quello della clandestinità di molti migranti arrivati in Italia nell'ultimo anno è un problema che si è aggravato. "I decreti Salvini hanno reso tutto più difficile - dice l'avvocato Rosa Emanuela Lo Faro che a Catania assiste legalmente decine di migranti e anche alcune Ong. Di fatto non c'è più l'accoglienza perchè non ci sono più i permessi di soggiorno. Allo scadere, i migranti si sono ritrovati nella situazione o di dover chiedere un permesso umanitario che quasi sempre le Commissioni rifiutano o un permesso di lavoro, ostacolato spesso dagli stessi datori di lavoro.
Ci sarebbe anche il permesso di un anno per cure mediche e pure quello per calamità, come per il Covid, ma nonostante le richieste è stato applicato davvero molto poco". L'avvocato Lo Faro cita poi un caso limite, come quello della chiusura del Cara di Mineo: "In molti sono finiti nelle baraccopoli della Puglia e sono in mano ai caporali".
La sanatoria varata dal governo durante l'emergenza pandemia non sembra incidere più di tanto. Delle 600 mila domande che ci si attendeva, al 31 luglio scorso ne sono state presentate 148.594, solo una minima parte (19.875) riguarda lavoratori dell'agricoltura e della pesca, il resto (128.179) sono lavoratori domestici anche se, analizzando i Paesi di provenienza, probabilmente molti sono finti colf e badanti. La sanatoria sembra aver attirato anche migranti da oltre confine, spesso proprio dalla Francia, se è vero che l'ufficio immigrazione della polizia di Ventimiglia da alcune settimane registra un fenomeno relativamente nuovo: l'aumento delle "restituzioni" dall'Italia alla Francia, secondo quanto previsto dal Trattato di Dublino sul Paese di primo ingresso.
Chi arriva e chiede asilo, va nei centri di accoglienza e nei centri della rete Siproimi (Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati, gli ex Sprar) sparsi per il Paese in attesa che la propria posizione venga esaminata. Al momento sono 86 mila (fonte Viminale).
A differenza degli hotspot, dove i migranti vengono identificati e dove restano solo il tempo necessario al loro trasferimento e sono quasi tutti in Sicilia, le altre strutture si trovano principalmente al Centro-Nord. La Regione che ospita più richiedenti asilo è la Lombardia, con 11 mila persone, il 13 per cento del totale, seguita dall'Emilia Romagna con 8691 (10%) e da Lazio e Piemonte rispettivamente con 8112 e 7864, ciascuna con il 9% del totale.
Le Ong - Al momento, comunque, di navi Ong nel Mediterraneo centrale non ce n'è nessuna, o perché in manutenzione o perché sotto sequestro. Per ultima è toccato alla Ocean Viking di Sos Mediterranee che, come la Sea Watch 3, è a Porto Empedocle; entrambe le navi sono state fermate dalla Guardia costiera per "gravi irregolarità" a bordo, dopo una missione di salvataggio e i 14 giorni di quarantena. La nave Mare Jonio della Ong italiana Mediteranea saving humans è ad Augusta, dissequestrata già da sei mesi ma in attesa di completare dei lavori e di imbarcare un nuovo equipaggio.
Le navi Open Arms, dell'omonima Ong catalana, Aita Mari della basca Salvamento maritimo humanitario e Alan Kurdi della tedesca Sea-eye sono ferme in Spagna. Le prime due hanno potuto raggiungere il loro porto di destinazione grazie a una sorta di salvacondotto delle autorità italiane che, dopo averle fermate a Palermo, lo scorso giugno hanno consentito il solo trasferimento in Spagna. Nel giorno di Ferragosto è partita dal porto spagnolo di Burriana, ormai divenuto il rifugio principale delle Ong, la Sea Watch 4, nave molto più grande della "3" e per la quale la Ong tedesca ha appena raggiunto un accordo di collaborazione con Medici senza frontiere che, fatti scendere i suoi team dalla Ocean Viking all'inizio dell'estate, adesso li fa salire sulla nuova nave tedesca; arriverà nel mare davanti alla Libia entro domani.
Il 18 agosto è salpato da Badalona, a nord di Barcellona, anche Astral, il veliero di Open Arms che naviga a supporto della nave principale. C'è infine la Iuventa, della Ong di Berlino Jugend Rettet, sotto sequestro a Trapani da tre anni, al centro di una delle più clamorose inchieste sul favoreggiamento dell'immigrazione clandestina che però sembra ormai ferma.
Come ferme o quasi risultano anche le altre inchieste, a partire da quella di Catania che tanto scalpore fece nel 2017: "Dei 18 filoni d'inchiesta aperti nei confronti delle Ong tra aprile 2017 e oggi - scrive l'Ispi nel suo rapporto - cinque sono stati archiviati, mentre dei 13 rimanenti nessuno è ancora giunto in tribunale (quelli attivi sono dunque tutti ancora fermi alle indagini preliminari)".










