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di Andrea Valdambrini

Il Manifesto, 5 settembre 2026

L’idea dei Centri di rimpatrio per migranti in Paesi terzi entra nella fase operativa. Danimarca, insieme a Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia, riuniti nel Gruppo dei Cinque, hanno concordato ieri a Copenaghen i passi concreti verso il primo accordo con uno Stato extra-Ue. L’idea dei centri di rimpatrio per migranti in paesi terzi entra nella fase operativa. Danimarca, insieme a Germania, Austria, Paesi Bassi e Grecia, riuniti nel Gruppo dei Cinque, hanno concordato ieri a Copenaghen i passi concreti verso il primo accordo con uno Stato extra-Ue. La Danimarca prevede di essere pronta a inviare i primi stranieri senza diritto di soggiorno in un paese partner entro la fine del 2027. “Abbiamo fatto molta strada nel lavoro per la creazione di un centro di rimpatrio al di fuori dell’Ue e ora siamo più vicini che mai”, ha dichiarato il ministro danese dell’immigrazione Morten Bødskov.

Quello di ieri è il primo incontro formale del gruppo. I ministri hanno concordato tre principi guida: il modello dovrà ridurre l’immigrazione irregolare, essere conforme al diritto Ue e internazionale (o forse ad una sua interpretazione formale) e soprattutto fondarsi su partenariati definiti paritari e reciprocamente vantaggiosi con i paesi extra-Ue. Ora potranno partire i contatti con i possibili paesi partner, per verificarne gli standard e la sostenibilità dell’intesa. Bødskov non ha ancora indicato il possibile paese ospitante. Tra le ipotesi ci sarebbero Uganda e Ruanda. Un paese che ritorna, quest’ultimo, già scelto dal Regno Unito nel 2023. Il progetto britannico fu però dichiarato illegale dalla Corte Suprema nel novembre di quello stesso anno.

La Danimarca è da tempo alla guida delle iniziative per una stretta sulla politica migratoria europea. L’asse con Roma si era rafforzato dopo la crisi di Ceuta. Ad agosto Meloni e Frederiksen avevano promosso una lettera sottoscritta da 22 paesi Ue per chiedere a Bruxelles di rafforzare le frontiere esterne, contrastare l’immigrazione irregolare e rendere più efficaci i rimpatri. La premier socialdemocratica e quella italiana avevano poi rilanciato la richiesta di creare centri di rimpatrio in paesi terzi. L’Italia però non siede al tavolo: ha imboccato una strada propria con i centri in Albania, le strutture italiane sono gestite da Roma nell’ambito dell’accordo con Tirana.

La Commissione Ue ha già dato la sua benedizione, sostenendo che il nuovo quadro normativo offre una base legale per la creazione dei centri. Il commissario all’immigrazione Magnus Brunner ha spiegato che le basi giuridiche ci sono e che tocca agli stati membri negoziare gli accordi. È proprio qui che si apre il fronte più controverso. L’accelerazione dei cinque rende concreta l’ipotesi dei centri esterni, ma mostra anche che sull’idea non esiste una posizione uniforme tra i 27.

Mentre le organizzazioni per i diritti dei migranti denunciano rischi seri. “Inviare le persone nei centri di deportazione fuori dall’Ue significa sradicare bambini, adulti e famiglie dalle vite che hanno costruito in Europa”, ha detto Michele LeVoy, direttrice dell’ong Picum di Bruxelles. Il trasferimento, ha aggiunto, rischia di sottoporre le persone a una detenzione prolungata in luoghi che non conoscono e nei quali sarebbe difficile controllare ciò che accade. Per LeVoy, la vera innovazione sarebbe invece creare canali sicuri e regolari verso l’Europa. Di sicuro i promotori dell’iniziativa hanno fretta. Il prossimo appuntamento del Gruppo dei Cinque è previsto a fine settembre a Monaco di Baviera. L’obiettivo è arrivare entro la fine dell’anno a una prima intesa con un paese extra Ue.