di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 maggio 2021
C'è un enorme problema per quanto riguarda l'accesso al sistema abitativo per i beneficiari di protezione internazionale. Il 43,3% vive in una casa in affitto, il 42,3% in centri di accoglienza, il 12,4% ospite di parenti o amici. Sono i dati del rapporto della Fondazione Ismu, realizzato nell'ambito del progetto europeo "The National Integration Evaluation Mechanism (Niem)". Il report, dal nome "Beneficiari di protezione internazionale e integrazione in Italia. Focus sull'accesso al sistema abitativo", presenta i risultati della seconda fase di valutazione realizzata nel 2020.
La condizione dei beneficiari di protezione nel nostro Paese viene inoltre confrontata con la situazione degli altri paesi partner soprattutto per quanto concerne la dimensione dell'abitare. Obiettivo di questo report è, infatti, quello di porre l'attenzione su alcuni aspetti tipici del sistema asilo in Italia, quali l'accoglienza e la gestione delle domande, approfondendo inoltre un tema di grande interesse quale quello dell'autonomia abitativa. Tale scelta è dettata dalla volontà di considerare una tematica spesso ritenuta minore rispetto, per esempio, all'accesso al mercato del lavoro, ma che invece rappresenta un tassello fondamentale all'interno del puzzle delle politiche di integrazione di coloro che chiedono o hanno ottenuto protezione in Italia. L'accesso al sistema abitativo per i soggetti più vulnerabili è infatti un pilastro fondamentale del processo d'integrazione.
A fronte di una domanda crescente di alloggi da parte delle famiglie straniere e delle persone migranti, secondo i dati del report la risposta risulta ancora debole e non in grado di soddisfare tale richiesta. Di contro, la questione dell'abitare, e soprattutto dell'abitare dignitoso, non rappresenta oggi in Italia un tema centrale nelle politiche pubbliche dirette all'inclusione generando un gap di rilievo nel processo verso l'autonomia delle persone.
Nel report emerge che tra i soggiornanti per asilo o richiesta di asilo c'è in Italia, al 1° gennaio 2020, un rapporto di un migrante in situazioni d'alloggio particolarmente critiche e non assistite (occupazioni abusive, sistemazioni precarie, ecc.) per ogni 38 accolti in strutture d'accoglienza; con un valore ancora migliore, uno a 74 nelle Isole (dove dunque l'accoglienza da questo punto di vista è particolarmente diffusa), e risultati sopra la media nazionale sia al Nord- ovest (uno a 41) sia e ancor di più al Nord (uno a 45). Nel contempo, peggiore si prospetta la situazione nel complesso al Sud, con un migrante con permesso di soggiorno per asilo o richiesta di asilo in occupazioni abusive o sistemazioni precarie ogni 34 con il medesimo status giuridico- amministrativo del soggiorno ma in strutture d'accoglienza, e soprattutto nel Centro Italia laddove il medesimo rapporto scende a uno ogni 27.
L'altra grande differenza territoriale che emerge dai dati è quella tra le sistemazioni in affitto pagante, diffusa soprattutto al Sud dove è la modalità abitativa di maggioranza assoluta tra i migranti richiedenti asilo o con un permesso di soggiorno in seguito ad una domanda di protezione internazionale, e l'ospitalità gratuita da parenti, amici, conoscenti, diffusa in particolar modo nel Centro Italia e anche nelle Isole e molto meno altrove. Tra gli obiettivi del report vi è la volontà di realizzare una comparazione tra i diversi Stati partner. Per questo è stato realizzato un questionario grazie al quale poter effettuare una valutazione fondata su un sistema di punteggi. Emerge, e non sorprende, che i Paesi più virtuosi sono la Svezia e l'Olanda in quanto noti contesti altamente inclusivi e accoglienti soprattutto da un punto di vista delle norme. L'Italia sta nel mezzo, ma in via di peggioramento: ciò è spiegabile per l'operare nel periodo considerato dei due decreti sicurezza del 2018 e 2019 che hanno portato a una maggiore chiusura, non solo rispetto agli ingressi, ma anche rispetto alle possibilità di integrazione rivolte a determinati gruppi migranti.
Housing sociale e co-housing: le strategie per trovare un alloggio
Il sistema immobiliare italiano ha numerose criticità, a queste si aggiunge un ulteriore variabile rappresentata dall'atteggiamento di sempre maggior chiusura nei confronti dei migranti (compresi i beneficiari di una qualche forma di protezione). Tale situazione viene spesso esasperata da una erronea narrativa sui fenomeni migratori che diffonde immagini di "invasioni" o di "italiani posti in secondo piano rispetto ai migranti nell'accesso ai servizi".
A fronte di questa situazione di evidente marginalità, il Report della fondazione Imu illustra le diverse iniziative promosse e/ o gestite da enti pubblici e/ o enti del terzo settore per facilitare l'autonomia abitativa di richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale in Italia: housing sociale e il co- housing.
L'housing sociale è stato definito dall'organizzazione europea che rappresenta i soggetti impegnati nel settore come l'insieme delle attività atte a fornire alloggi adeguati, attraverso regole certe e trasparenti di assegnazione a famiglie che riscontrano difficoltà, nella ricerca di un alloggio alle condizioni di mercato, in quanto penalizzate dal fatto di non riuscire ad ottenere un credito sufficiente o perché portatrici di specifiche necessità. In Italia, il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che ha in carico anche il sistema immobiliare nazionale, identifica tra le possibili cause di tali situazioni la trasformazione delle strutture familiari, i fenomeni migratori, la povertà e la marginalità urbana. I fondi stanziati dal ministero sono quindi necessari per la programmazione, insieme agli Enti locali, di interventi che rispondano alla forte richiesta di alloggi sociali.
Il report di Imu, rende noto anche un altro sistema diffuso in Italia e che coinvolge sempre più le famiglie di stranieri, anche in uscita dal sistema di accoglienza, è rappresentato dal co- housing. Si tratta di una pratica sviluppata dapprima nell'Europa del Nord (Paesi Bassi e repubbliche scandinave) e poi implementata anche in altri paesi europei e di oltreoceano. Il co- housing o coresidenza intende promuovere la collaborazione tra gruppi di persone al fine di creare spazi abitativi caratterizzati da privacy e condivisione19. Tale prassi, quindi, richiama l'antico modo di vivere il vicinato attraverso atteggiamenti di solidarietà e mutuo- aiuto senza, tuttavia, rinunciare alla propria indipendenza. Allo stesso modo, si tratta di una pratica capace di rispettare l'ambiente dal momento che alcuni servizi in condivisione permettono di diminuire gli sprechi e l'inquinamento. Il rovescio della medaglia, soprattutto in Italia, è rappresentato dal rischio di diminuire il decoro di questo tipo di abitazioni dal momento che sono destinate, nella maggior parte dei casi, ad un target svantaggiato e che non potrebbe accedere a soluzioni abitative differenti. Il co- housing rivolto a rifugiati e migranti in generale ha dato modo di evidenziare le potenzialità di una simile formula abitativa dal momento che va a replicare abitudini già in essere nel paese di origine. La vita di comunità, intesa anche come condivisione di spazi vissuti da intere famiglie, è di fatti lo stile preferito da molti migranti. Tale modo di vivere diventa poi una necessità nel paese di accoglienza per riuscire a gestire gli impegni quotidiani. Si tratta quindi di una esigenza che porta a motivare l'auto-ghettizzazione che spesso si palesa soprattutto in città più grandi dove membri della stessa comunità tendono a vivere nello stesso quartiere al fine di offrire un supporto reciproco sia per la ricerca del lavoro sia per lo svolgimento della quotidianità.











