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di Errico Novi


Il Dubbio, 16 dicembre 2021

 

Ieri i dati del progetto in 5 città: il 90% dei migranti ora ha un lavoro. Siamo alla sperimentazione. In alcune città, tra cui Roma, e con il coinvolgimento di un ateneo importante come Tor Vergata. Eppure il modello di accoglienza in famiglia per i rifugiati è già una realtà. Un paradigma. A illustrarne il meccanismo è stata ieri, in un evento on line, l'associazione Refugees Welcome Italia. Sono stati presentati gli esiti del percorso avviato nel 2019, che ha visto attivate 113 convivenze di rifugiati presso famiglie italiane.

Il progetto è stato così intitolato: "Dalle Esperienze al Modello: l'accoglienza in famiglia come percorso di integrazione". Le città che hanno aderito sono Roma, Palermo, Bari, Ravenna e Macerata. A dar loro man forte, appunto, l'università capitolina di Tor Vergata. Da cui proviene gran parte dei componenti del "board", cioè del comitato scientifico che, si legge in una nota, "ha accompagnato l'evoluzione del progetto". Docenti universitari ed esperti di welfare e accoglienza hanno dunque rilevato come "l'accoglienza in famiglia promossa da Refugees Welcome Italia rappresenti a tutti gli effetti un'innovativa esperienza di welfare di prossimità.

Un'esperienza che, se adeguatamente sostenuta dalle istituzioni, potrebbe costituire una concreta risposta ai bisogni di ampie fasce della popolazione". Integrazione, opportunità per i rifugiati ma anche per chi ne assicura e promuove l'accoglienza. Definizione di un modello di convivenza efficace da diversi punti di vista: umano ma anche economico. "Auspichiamo che in futuro questa esperienza non rimanga solo una buona pratica sperimentata localmente, ma che diventi una policy e uno strumento di governance a livello nazionale, per garantire una sua diffusione capillare", ha detto Fabiana Musicco, direttrice di Refugees Welcome Italia.

L'associazione ricorda che l'integrazione dei rifugiati attraverso l'accoglienza in famiglia "non rappresenta una novità assoluta nel panorama italiano". Eppure il modello sperimentato nei cinque comuni coinvolti dal progetto, "propone forti elementi di innovazione". A cominciare da quelli che riguardano l'inserimento lavorativo e il contributo di "gruppi di attivisti radicati sul territorio, che fungono da presidio di comunità". Facilitatori dell'integrazione, in pratica. In prima linea, ovviamente, le amministrazioni dei comuni presso cui si è svolta la sperimentazione.

Ed è grazie agli enti locali che, spiega ancora Refugees Welcome Italia, si è potuti arrivare all'articolazione forse più importante, anche in prospettiva futura, del progetto: l'Albo delle famiglie accoglienti, promosso in particolare dai comuni di Ravenna e Bari, e anche dall'amministrazione capitolina attraverso una memoria di giunta. Come si legge ancora nella nota diffusa dall'associazione al termine dell'evento di ieri, l'Albo delle famiglie accoglienti rappresenta "lo strumento più avanzato in termini di policy per ottenere il coinvolgimento strutturato della cittadinanza attiva nell'accoglienza in famiglia, oltre che altre forme di aiuto e sostegno comunitario: uno strumento che aiuta a superare la frammentazione delle diverse realtà, affido, tutori volontari, famiglie affiancanti, e che crea una procedura amministrativa univoca e un modello condiviso".

Si diceva dell'integrazione lavorativa. I dati della sperimentazione dicono che dal 2019 ad oggi "il 90% dei rifugiati accolti ha raggiunto la piena autonomia, e l'associazione ha formato 140 persone tra operatori e attivisti. Le famiglie iscritte nei territori di progetto e pronte a farsi carico dell'accoglienza di un rifugiato sono 754, dato che dimostra interesse e apertura da parte delle comunità nei confronti del progetto".

Refugees ha poi chiesto a Tor Vergata di creare un parametro di valutazione quantitativa dell'impatto sociale del modello sperimentato: ne è risultato che "per ogni euro investito nel progetto di accoglienza in famiglia sono stati generati 3,01 euro di beneficio sociale". Ma forse ancora più significativa è la solidarietà strutturata e organica che trasforma l'ideale dell'integrazione in esperienza vissuta. È un inizio. Ma è anche una promessa per un modello sociale e una tutela dei più deboli finalmente in grado di funzionare.