di Marco Boccitto
Il Manifesto, 2 ottobre 2026
Destinazione Africa: due Paesi che hanno molto in comune, a partire dai diritti negati. Tremebonda su quasi tutto, Bruxelles batte un colpo sugli ultimi. II regolamento sui migranti varato ieri dà sfogo alla voglia di remigrazione che furoreggia a destra, non è così sgradita al centro e raccoglie consensi sfumati anche tra le ormai ex socialdemocrazie. Un’Europa che si voleva “fortezza”, dispiega tutta la sua debolezza politica trasformandosi in agenzia di deportazione. Non basta arginare i flussi facendo fare il lavoro sporco ai paesi dell’altra riva, finis terrae di un’Africa che degli strepitosi indici di crescita di cui si parla non vede una briciola, figuriamoci il Piano Mattei. Bisogna rimandarceli, a tutti i costi.
E che fa, se molti non sono neanche africani. Nel cosiddetto “regolamento rimpatri” licenziato dal Consiglio Ue, tra tanti irrigidimenti in stile remigratorio ce n’è uno che tutto fa tranne che rimpatriare. Quello degli “hub in paesi terzi” è un modo brillante per trasformare un sacrosanto principio in orrore etico e giuridico. Il non refoulement, che impedisce di rispedire nel suo paese una persona dotata di ottime ragioni per starne lontano, diventa l’alibi supremo per restringere a dismisura il diritto d’asilo. Moltiplicando detenzioni, sanzioni, espulsioni e sdoganando, una volta osservata ipocritamente la regola del non respingimento, questa trovata dei paesi terzi.
L’Italia meloniana ha poco da gonfiare il petto per aver indicato la via con il modello Albania. A lanciare la moda fu Israele quando per liberarsi di un tot di immigrati da zone di crisi - molti eritrei, etiopi, sudanesi - firmò nel 2014 un accordo triennale proprio con il Ruanda, che oggi troviamo in testa alla lista di paesi disponibili a ospitare i nuovi euro-hub. All’epoca non finì bene. Né si può dire che ebbe buon fine il successivo tentativo britannico, governo Boris Johnson, intralciato dalla Corte suprema nel 2022. Ma l’Italia e più in generale l’Europa a partire da oggi non demordono. Con il governo di Kigali l’affare è già bene avviato. Stesso discorso per l’Uganda. Il tasso di cinismo creativo è nettamente inferiore rispetto a Trump, che già distribuisce i suoi remigranti facendo girare il mappamondo e puntando un paese a caso. Ha intasato di vietnamiti, laotiani yemeniti e giamaicani il micro-regno di Eswatini e ora con il beneplacito della Corte suprema potrà scatenare la fantasia. Noi preferiamo l’usato garantito: il Ruanda con il suo expertise prezzolato e l’Uganda che ha già il suo da fare con 2,7 milioni di profughi fuggiti dalle guerre limitrofe.
Ruanda e Uganda sono esempi plastici di “democrature”, con un uomo solo al potere da un numero esagerato di anni e la corrispondente soppressione di ogni dissenso. Oltre a questo, alla prossimità geografica, ai rispettivi interessi nel conflitto che tormenta il nord-est del Congo, oltre alla rinnovata benevolenza di Usa e Ue, in comune hanno relazioni molto cordiali con Israele, cosa non scontata né gratuita, a certe latitudini. Il Ruanda è diventato una tecnocrazia modello, con forniture securitarie di alto livello, un paese tutto fibra ottica e niente contraddittorio nei confronti di un capo supremo salito al potere nel 2000 come contraccolpo diretto del genocidio dei Tutsi e degli Hutu non allineati.
Al presidente Paul Kagame tutto si perdona: un po’ è il senso di colpa che Onu e Francia hanno motivo di provare per l’inazione fatale, al tempo, un po’ è la suddetta e già sperimentata disponibilità a prendersi i migranti indesiderati di paesi amici. O semplici conoscenti. In Uganda non va meglio: il presidente Yoweri Museveni è al potere addirittura dal gennaio 1986 e dall’alto dei suoi 82 anni tiene testa al 75% degli ugandesi, i giovani che avrebbero già scelto il basco rosso dell’ex rapper Bobi Wine se la sua candidatura non fosse stata brutalizzata per due tornate elettorali consecutive. La criminalizzazione della comunità Lgbtq è tratto saliente delle sue politiche afro-vannacciste. Se tra i soggetti più indiziati per essere trasferiti ci sono quelli considerati “pericolosi”, verranno sicuramente trattati con i guanti.
L’Italia pre-elettorale non vede l’ora, altri paesi già pensano di consorziarsi per costruire i loro centri. Le deputate verdi olandesi Tineke Strik e Anna Strolenberg, in avanscoperta nei giorni scorsi, confermano che non ci sono le condizioni, ma che ciò malgrado i due paesi in questione sono pronti a ospitare qualsivoglia “hub”. C’è il capitolo soldi, tradotto sommariamente come investimenti, ma è evidente - succede già con Libia, Tunisia, Egitto - che il costo vero dell’asse Meloni-Bruxelles è per metà l’arma di ricatto che consegniamo a simili interlocutori, per l’altra metà il precipizio di giustizia e umanità che si fa regola.









