di Paola D’Amico
Corriere della Sera, 3 ottobre 2026
Aumenta la detenzione degli stranieri in Cpr, da dove però si dimezzano i rientri. Quasi 5mila rimpatri forzati nel 2025, ma solo 1.732 a partire da quei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) che dovrebbero servire apposta allo scopo e dove in compenso si è realizzato nello stesso anno il record degli ingressi: 6835. Sono i dati del nuovo report ActionAid sui dati dell’anno scorso. Si chiamano Centri di permanenza per il rimpatrio. Dovrebbe significare che chi ci viene mandato è “di passaggio”, in attesa di qualche volo che li riporti a casa.
Invece solo 1.732 dei 4.784 rimpatri forzati eseguiti nel 2025 sono stati realizzati a partire dai Cpr mentre la maggior parte (3.052) sono stati eseguiti tra persone che in un Cpr non erano mai entrate. In compenso nei Cpr sono stati registrati l’anno scorso 6.835 ingressi: un record. Ma più detenzione non significa più rimpatri: quelli eseguiti dai Cpr, in particolare, sono diminuiti del 45,1% rispetto al 2022.
È quanto emerge da “Espulsioni. Un’analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025”, il nuovo report realizzato da ActionAid Italia e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, pubblicato insieme all’aggiornamento della piattaforma open data Trattenuti. Il report offre la prima sistematica analisi del funzionamento della politica italiana di rimpatrio tra il 2015 e il 2025, basata sui dati ottenuti da richieste di accesso ai Ministeri e alle Prefetture italiane.
Tra il 2022 e il 2025 la crescita dei rimpatri avviene fuori dai Cpr. Nel 2022 erano funzionanti dieci Cpr, con 803 posti effettivi con 6.457 ingressi e 3.154 rimpatri preceduti da trattenimento in quelle strutture. Nel 2025 i Cpr salgono a undici e i posti effettivi a 883; gli ingressi aumentano, ma i rimpatri dai Cpr scendono a 1.732. Nello stesso periodo i rimpatri forzati complessivi crescono del 22,2%, da 3.916 a 4.784, perché quelli eseguiti senza trattenimento nei Cpr quadruplicano, da 762 a 3.052. Nell’intero periodo 2015-2025, più della metà dei rimpatri forzati è stata eseguita senza precedente trattenimento in un Cpr.
“Qual è il vero obiettivo dei Cpr? Si rinchiudono le persone in luoghi di terrore, segnati da continue violazioni dei diritti umani, autolesionismo e morte, con un costo umano intollerabile e un costo economico ingiustificabile. È la paura di essere internati che dovrebbe dissuadere dal partire? È questa la deterrenza del Governo? I dati dello stesso Ministero dell’Interno certificano che questi centri peraltro non garantiscono i rimpatri promessi e non funzionano. Eppure, se ne annunciano di nuovi, e si continua a investire in questi gironi infernali da dove le persone escono (e spesso rientrano) in condizioni disperate. Mentre il Ministero nega persino i dati sui progetti per “sicurezza nazionale” - con la sola eccezione di Castel Volturno - e i territori insorgono. I Cpr riguardano la nostra democrazia, non solo le persone che loro malgrado vi finiscono senza aver commesso alcun reato” afferma Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni per ActionAid.
Il costo umano aumenta - Per misurare l’intensità della coercizione associata a ciascun rimpatrio, il rapporto mette in relazione il numero complessivo di giornate di trattenimento nei Cpr con i rimpatri eseguiti dai centri. Tra il 2018 e il 2024 il valore oscilla fra circa 62 e 84 giornate; nel 2025 sale a circa 148 giorni, quasi più del doppio. Ciascun rimpatrio è ottenuto con una sempre maggiore privazione della libertà. Tra il 2018 e il 2024, inoltre, oltre 2.000 persone sono state trattenute pur in assenza di concrete prospettive di allontanamento, vista l’assenza di efficaci canali di riammissione con i paesi di origine. La capacità di eseguire i rimpatri varia, inoltre, fortemente a seconda della nazionalità. Nel periodo 2018-2024 il rapporto fra rimpatri eseguiti e provvedimenti adottati varia dal 54,8% per l’Albania a valori prossimi allo zero per Siria, Afghanistan, Iran e Iraq: Tunisia e Albania concentrano insieme il 59% dei rimpatri eseguiti nel periodo. La macchina dei rimpatri è esposta al cambiamento del rapporto con i Paesi terzi. Nel triennio 2022-2024 la Tunisia da sola concentra circa la metà dei rimpatri forzati eseguiti. Nel 2025 i rimpatri via charter verso la Tunisia crollano da 1.705 a 360.
“L’espansione dei Cpr aumenta l’intensità coercitiva del sistema senza produrre un corrispondente aumento della capacità di rimpatrio. Se la privazione della libertà non produce un beneficio esecutivo aggiuntivo, il problema non è più soltanto di efficienza: diventa un problema di necessità, proporzionalità e quindi di legittimità” spiega il prof. Giuseppe Campesi, dell’Università di Bari.
Il costo economico aumenta - Tra il 2018 e il 2025 la spesa per il sistema detentivo - inclusi i Ctra, centri di trattenimento per richiedenti asilo in procedura di frontiera - ammonta ad almeno 217,1 milioni di euro. Il solo triennio 2023-2025 concentra il 66,2% della spesa complessiva per gli otto anni considerati. L’aumento recente non è spiegato soltanto dagli investimenti straordinari in Albania: considerando i soli CPR sul territorio italiano, tra il 2023 e il 2025 la spesa complessiva cresce del 40,5% e la spesa per la sola gestione e manutenzione ordinaria del 45,7%. La spesa detentiva complessiva - Cpr e Ctra, in Italia e Albania - in rapporto a ciascun rimpatrio dai centri passa da circa 6.455 euro nel 2023 a 16.560 nel 2025 (+156,5%). Se consideriamo solo la spesa per la gestione e le manutenzioni ordinarie dei CPR, il costo della detenzione per realizzare un rimpatrio dai Cpr sale da 4.265 a 11.855 euro (+178%).
Un problema di legittimità - Tra il 2015 e il 2025 sono stati adottati 302.000 provvedimenti di allontanamento e registrati 66.000 rimpatri complessivi. In questo numero sono comprese tutte le tipologie di rimpatrio: quelli eseguiti con la forza, i rientri autonomi delle persone espulse e i rimpatri volontari assistiti (che prevedono misure di reinserimento e non sono rivolti solo a persone irregolari). Sono comunque 22 ogni 100 decreti di espulsione. Il rapporto non supera mai un terzo. Nel 2025 si attesta al 31,5%, ma anche per la forte riduzione dei provvedimenti: rispetto al 2015 i rimpatri aumentano appena del 6%, mentre i provvedimenti diminuiscono di oltre il 15%. Il rapporto tra detenzione amministrativa e popolazione “da espellere” è ancora più debole e fa emergere una vera e propria questione di legittimità: il trattenimento è una misura eccezionale e ammissibile solo se funzionale al rimpatrio.
L’aggiornamento al 31.12.2025 della piattaforma “Trattenuti” rende consultabili dati e costi dei centri di detenzione per stranieri e aggiorna la ricostruzione degli eventi critici. Nel 2025 i richiedenti asilo rappresentano il 40,1% degli ingressi nei CPR e quelli dal carcere il 16,2%. Tra il 2024 e il 2026 la piattaforma documenta almeno cinque decessi di persone trattenute, oltre a tentativi di suicidio, autolesionismo, scioperi della fame, rivolte e incendi. L’ultimo in ordine di tempo, ad agosto scorso, è avvenuto nel Cpr di Palazzo san Gervasio, il più costoso d’Italia nel 2025: oltre 4 milioni di euro tra gestione e manutenzione (nello stesso anno il costo medio di un Cpr è di oltre 2milioni e mezzo di euro). La ricostruzione economica è prudente e non esaustiva, come dimostrano i costi accessori per l’Albania (almeno 7.401.035,88 euro di contratti e spese maturate distribuiti tra amministrazioni diverse tra gennaio 2025 e aprile 2026) e le spese per il vitto e l’alloggio delle forze dell’ordine nei Cpr remoti come Macomer (NU) - per oltre due milioni - e Palazzo San Gervasio (PZ) - quasi un milione di euro.
La scelta dell’assenza di trasparenza - Per il 2025 il Ministero dell’Interno ha rifiutato di fornire i dati dei rimpatri distinti per nazionalità, già comunicati in precedenza, richiamando l’esigenza di evitare che il dato potesse “subire interpretazioni”. Una Prefettura ha motivato il mancato accesso ai verbali ispettivi dei Cpr richiamando il rischio che la diffusione delle informazioni potesse alimentare proteste e tensioni. Si tratta di motivazioni che pongono un serio problema di democrazia: interpretazione, critica e contestazione nello spazio pubblico non sono effetti indesiderati della trasparenza, ma condizioni essenziali per valutare una politica che ricorre ampiamente alla detenzione e all’uso della forza.









