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di Luigi Manconi

La Repubblica, 19 luglio 2024

Le due donne iraniane, giunte in Italia nel 2023, sono accusate di scafismo. Speriamo che, finalmente, vengano almeno ascoltate. Ponete mente a queste parole: “Andremo a cercare gli scafisti lungo tutto l’orbe terracqueo” (Giorgia Meloni, Cutro, 26 febbraio 2023). Fu, quella, una delle più meste manifestazioni dell’attuale governo. Dopo il naufragio e la morte di 94 persone, in una esibizione di rara “irreligiosità” istituzionale, senza un solo atto di partecipazione al lutto, la presidente del Consiglio - a chi le chiedeva se avrebbe incontrato i familiari delle vittime - rispondeva: “Ho finito adesso, dopodiché io… ci vado volentieri”. E non ci andò. Neanche il programma di lotta senza quartiere ai trafficanti di esseri umani ha avuto un seguito concreto. Ma è riuscito, va detto, a produrre ingenti danni sulle vite di tanti innocenti: migranti e richiedenti asilo che, dopo aver raggiunto le coste italiane per cercarvi scampo e tutela, si sono visti accusare di “scafismo”.

È il caso di Maysoon Majidi e Marjan Jamali, due giovani donne iraniane giunte in Italia nel 2023 e sottoposte a provvedimenti di custodia cautelare in quanto accusate di aver violato l’art. 12 del Testo Unico sull’Immigrazione. Una norma destinata in teoria a combattere i trafficanti di esseri umani, ma che presenta contorni talmente indefiniti da potersi imputare a chiunque giunga a bordo di una imbarcazione e sbarchi sulle coste italiane. E le cose, ahinoi, sono destinate a peggiorare ulteriormente, dal momento che, a seguito del “decreto Cutro” (20/2023), vengono inasprite le pene già previste per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e viene introdotto il nuovo reato di “morte e lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione”, con una pena fino a 30 anni.

Marjan Jamali si trova oggi agli arresti domiciliari, mentre Maysoon Majidi è reclusa nel carcere di Reggio Calabria. La donna, 27 anni, è in una condizione di gravissima depressione e debilitazione, pesa attualmente 38 kg e si è vista rifiutare la visita di una psicologa di fiducia. Il castello di accuse contro di lei e contro Marjan Jamali è, in tutta evidenza, assai fragile e traballa a ogni seria verifica.

In particolare, la persona che guidava l’imbarcazione dove si trovava Maysoon, e che ha ammesso il proprio ruolo, ha negato il coinvolgimento della donna nell’operazione; e i due testimoni indicati dall’accusa hanno ritrattato quanto precedentemente riferito, affermando di aver ricevuto pressioni da membri delle forze di polizia. I due, dichiarati irreperibili dalla magistratura, sono stati agevolmente raggiunti dalla difesa e intervistati da alcuni giornalisti.

Un’altra circostanza indicata dalla Procura - il fatto che Maysoon avrebbe distribuito cibo a chi si trovava sull’imbarcazione - risulta totalmente smentita dal semplice fatto che a bordo non si trovavano generi alimentari. Infine, Maysoon e il fratello, che viaggiava assieme a lei, hanno pagato ciascuno 17 mila euro per imbarcarsi verso l’Italia. Come si conciliano questi fatti con l’accusa di aver avuto un ruolo organizzativo in quel viaggio?

È assai più probabile che tutto ciò sia l’esito di un’indagine superficiale e di errori cui non si vuole porre riparo, oltre che di una campagna ideologica, tutta giocata sull’allarme sociale e sul panico morale, contro chi vorrebbe “invadere il nostro Paese”. In altre parole, si spara nel mucchio, ricorrendo a strumenti normativi grossolani e - come sempre accade nella storia umana - a pagare sono i più fragili.

Il 24 luglio inizierà il processo contro Maysoon Majidi davanti al Collegio del Tribunale di Locri, si può solo sperare che, finalmente, la donna curdo-iraniana venga ascoltata: e questa volta con l’ausilio di un interprete professionale. In passato, la trascrizione scorretta di una intercettazione telefonica ha portato alcune persone innocenti a trascorrere decenni (decenni!) in carcere. Ora, una traduzione approssimativa e un ascolto distratto e torpido possono fare male, molto male.