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di Silvio Messinetti

Il Manifesto, 4 marzo 2025

L’eurodeputato Mimmo Lucano: “Depositeremo a Strasburgo una legge per l’inserimento abitativo diffuso”. Quindici anni fa, all’indomani della rivolta di Rosarno, nacque la tendo-baraccopoli per migranti di San Ferdinando. Da allora la musica è sempre la stessa. È come stare davanti a una lavatrice e vedere il cestello che gira. Prima si forma una favela, poi arriva lo sgombero, allora si crea una tendopoli. Le tendopoli si trasformano in baraccopoli poi ancora ruspe e sgomberi. A 15 anni dalla rivolta la situazione resta incendiaria. E la bomba San Ferdinando è pronta a riesplodere. L’ultimo apprendista stregone era stato Matteo Salvini. A bordo della sua ruspa attraversò la distesa della zona industriale e rase al suolo la tendopoli. Ma in pochi credevano che non fosse il solito spot elettorale. L’ex ministro degli Interni andò via e in breve tempo i migranti tornarono a occupare gli spazi. Era il 2019.

Ora intorno alle tende installate 6 anni fa da Viminale e Protezione civile come funghi sono spuntate baracche ovunque. Ma “il ghetto di Stato” va chiuso prima che una nuova tragedia lo riporti nella cronaca nera. Lo sostiene Emergency che nella Piana di Gioia Tauro opera da tempo. Ma anche l’associazione Medici per i diritti umani che in questa landa, abbandonata da tutto e da tutti, ha un encomiabile presidio sanitario. Lo denuncia il sindacato Usb, che a queste latitudini è radicato nel conflitto e nella vertenzialità diffusa, e chiede l’apertura immediata delle palazzine di Contrada Serricella, recentemente ristrutturate dal comune di Rosarno. Anche gli studiosi dell’Università della Calabria ritengono la situazione ormai insostenibile.

Secondo Mariafrancesca D’Agostino, docente di Sociologia politica e autrice di Paesaggi dell’accoglienza - La governance dei rifugiati vista da sud (Pellegrini editore), “gli incidenti verificatisi a San Ferdinando in questi anni hanno riproposto sempre la stessa parabola: prima si istituzionalizza un campo, poi quando le contraddizioni giungono al culmine (perché si esauriscono i fondi, perché i posti si rivelano insufficienti, perché si acutizzano le tensioni fra gli ospiti) arrivano lo sgombero e i fondi per installare una nuova tendopoli destinata, a sua volta, a tramutarsi col passare del tempo in un nuovo insediamento informale. Confinare i braccianti in dormitori sovraffollati significa sperperare denaro, accrescere il malcontento fra gli autoctoni, spingere i migranti all’autoghettizzazione, inibirne l’accesso a tutti quei diritti che li integrano nella società”. Per provare a dare una risposta istituzionale al disagio ieri mattina una delegazione di personalità della sinistra sociale e politica ha organizzato una visita-presidio nell’area di San Ferdinando.

Tra loro il sindaco di Riace ed eurodeputato di Avs Mimmo Lucano, accompagnato da padre Zanotelli e dall’ex parlamentare e sindaco di Rosarno, Peppino Lavorato. E poi esponenti dell’Anpi, di Rifondazione, Avs, Libera e il magistrato Emilio Sirianni, presente a titolo personale. “Bisogna chiudere questa baraccopoli perché non possiamo più accettare queste condizioni di vita aberranti. Quel che succede qui (le baracche di plastica e cartoni, il cibo cucinato per terra, la vita quotidiana senza servizi essenziali) non è degno di un Paese civile. Ma non basta chiederne la chiusura, è necessario anche avanzare una proposta, Riace rappresenta una speranza. Occorre trasformare il dolore in speranza” ha affermato Lucano. La soluzione, dicono i promotori, sarebbe l’inserimento abitativo diffuso nelle centinaia di case sfitte attraverso l’apertura di incentivi per i proprietari che intendono concedere le case in affitto. Depositeranno nei prossimi giorni a Strasburgo un progetto di legge europea. Aprire, dunque, le porte dei paesi deserti, presenti nelle aree interne, a chi viene in Europa in cerca di un futuro migliore.

Padre Zanotelli ha iniziato ieri il suo “digiuno di giustizia”: “Da sette anni, ogni mese, facciamo una giornata di digiuno in solidarietà con i migranti in fuga. Questo mese la faremo qui”. Il giudice Sirianni: “Sei milioni di persone continuano a rischiare la vita nella traversata in mare per raggiungere l’Europa, unico lembo di terra in cui sono riconosciuti i diritti. Questo è il senso della bandiera dell’Europa, non certo i carri armati. Dopo 32 anni in magistratura non so cos’è la giustizia, ma so di certo cos’è l’ingiustizia. E alberga in posti come questo”.