di Silvio Messinetti
Il Manifesto, 22 febbraio 2025
“Manca la corrente elettrica da due mesi. Il rischio di un’altra tragedia è dietro l’angolo”: è preoccupato Mauro Destefano, mediatore culturale e responsabile del team di Emergency nella Piana di Gioia Tauro. L’Ong fondata da Gino Strada è attiva due volte a settimana, il martedì e il giovedì, davanti alla tendopoli di San Ferdinando, il più grande concentramento di migranti del meridione. Attualmente ci sono stipati 500 braccianti. Ma al tempo della raccolta agrumicola, da poco terminata, erano il doppio. Nel più gelido e piovoso inverno che da vent’anni qui si ricordi, i migranti continuano a spalare il fango che ricopre l’area ex industriale dove da 15 anni sono stanziati i raccoglitori della Piana. Ha piovuto a dirotto per giorni, il terreno è ridotto a un pantano.
Durante la notte i migranti sono costretti a scaldarsi con bracieri di fortuna, bruciano cartoni ed erbacce. Nel 2018 per un fornello acceso era morto in un incendio Suruwa Jaithe, 18 anni. Veniva dal Gambia, era in Italia da un mese. I timori degli operatori di Emergency sono più che fondati. “Ogni tanto provano ad allacciarsi al nostro box anche solo per ricaricare i telefoni - racconta Destefano al manifesto - ma si tratta di allacci temporanei.
Senza elettricità la situazione è maledettamente precaria. Sono lavoratori che si spaccano la schiena per portare a casa una misera paga. Purtroppo la società è assuefatta a tutto ciò”. Poche decine di chilometri più a nord, il Tirreno ha restituito corpi di migranti, naufraghi di traversate migratorie compromesse dalla tempesta.
Il decreto Caivano ha incluso San Ferdinando tra i luoghi di marginalità cui destinare fondi. Il timore è che gli stanziamenti sedimentino una ghettizzazione ulteriore dei migranti. “Ci aspettiamo piuttosto che garantiscano quell’abitare diffuso di cui questi lavoratori hanno bisogno. Un tetto stabile e non aree concentrazionarie in singoli luoghi che producono solo sofferenza e malessere”. La questione abitativa è quella dirimente. I movimenti antirazzisti calabresi, le associazioni e la rete di urbanisti del territorio chiedono da tempo una gestione partecipativa dei tanti edifici sfitti. La Piana è una delle aree d’Europa con il maggior numero di case disabitate. Di contro, centinaia di raccoglitori continuano a vivere in baracche esposte a pioggia, vento e freddo, con evidenti rischi sotto il profilo sanitario e della sicurezza.
La scorsa settimana, durante un’assemblea, i braccianti che compongono l’associazione Terra e Libertà-Piana di Gioia e l’Unione sindacale di base (Usb) hanno chiesto un nuovo incontro al prefetto di Reggio Calabria. Le palazzine sfitte, individuate per trovare finalmente una soluzione abitativa, sono quelle di contrada Serricella a Rosarno. “La politica dovrebbe fare incontrare i due fenomeni dello spopolamento delle aree interne e della vita disagiata di questi lavoratori. Ma ne parliamo da anni invano” sottolinea Destefano. Confinare i braccianti in dormitori sovraffollati significa sperperare denaro, accresce il malcontento fra gli autoctoni, spinge i migranti all’autoghettizzazione.
Un migrante di ritorno in bici verso l’ostello sociale Dambe So a San Ferdinando venne avvicinato da un automobilista che lo speronò. Soumaila Sacko, 29 anni, bracciante maliano, fu ammazzato nove anni fa da un colpo di fucile alla testa: insieme a due amici raccoglieva lamiere per rinforzare le baracche nel ghetto. Nel 2010 i braccianti della Piana, presi a fucilate a Rosarno, si ribellarono alle ‘ndrine. “Le strade restano sempre buie e insicure - conclude Destefano - e le tensioni esistono, non possiamo negarle. Perché le condizioni socio-abitative qui peggiorano giorno per giorno. E il malessere genera malessere”.










