di Alessia Candito
La Repubblica, 5 maggio 2025
Nonostante la legge Zampa preveda un accertamento multidisciplinare, una radiografia del polso è bastata per spedirlo dietro le sbarre a Trapani: “Aiutatemi ad andare in comunità”. “Sono partito dalla mia terra solo per aiutare mia madre nelle sue sofferenze. Per favore, aiutatemi”. La scrittura è quella stentata di chi da poco tiene la penna in mano, l’italiano quello zoppo di chi da solo ha imparato a riconoscere parole e suoni, ma inciampi grammaticali e sintattici non nascondono lo smarrimento che traspare da ogni riga. Mouad, nome di fantasia, ha fatto diciott’anni da poco più di due mesi, ma per lui non c’è stata nessuna festa.
Anzi, il suo compleanno ufficialmente non esiste. Per lo Stato italiano, lui è nato il primo gennaio 2005, è maggiorenne, come tale è stato processato e condannato come “scafista” e da due anni è detenuto in un carcere per adulti. Nello specifico, a Trapani, nell’istituto di pena dove 11 agenti sono finiti ai domiciliari, 14 sono stati sospesi dal servizio e altri 21 sono indagati per torture, abusi e umiliazioni inflitte ai detenuti.
L’accusa - Per lui, l’accusa è di aver guidato un gommoncino di sei metri con a bordo 13 persone fuggite da Monastir, in Tunisia. Nel febbraio 2023 - emerge dagli atti del processo - il motore, che già più volte si era fermato durante il viaggio, li pianta definitivamente al largo di Pantelleria, dove li soccorre la Guardia costiera. Tre passeggeri, tutti tunisini, puntano il dito contro Mouad e un altro ragazzo, che viaggia insieme alla moglie. Loro sono gli unici subsahariani a bordo. I loro accusatori fanno anche saltare fuori una foto che ritrae il ragazzo seduto nei pressi del motore.
La radiografia del polso - Durante i primi colloqui Mouad dice subito di essere minorenne, ma non viene creduto. Nonostante la legge Zampa preveda che in casi di dubbio l’accertamento dell’età avvenga attraverso un’analisi multidisciplinare - che prevede una visita pediatrica, una odontologica, un colloquio psicologico - a Trapani viene identificato come maggiorenne dopo una semplice radiografia del polso. Il referto recita semplicemente: “il controllo attuale evidenzia completa saldatura di tutti i nuclei di ossificazione e pertanto è riferibile a paziente di età scheletrica matura”.
Ma per l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, che ha stilato precise linee guida per l’accertamento dell’età dei minori stranieri non accompagnati, si tratta di un esame “soggetto ad un margine di errore, quantificabile in un intervallo corrispondente ad almeno due anni superiore o inferiore rispetto all’età rilevata”. Nel periodo dell’adolescenza “può arrivare fino a cinque anni in difetto o eccesso”.
Alla ricerca dell’atto di nascita - Inutilmente l’avvocata Frustreri, che assiste il ragazzo, ha prodotto una dichiarazione giurata sostitutiva dell’atto di nascita arrivata dal tribunale della città più vicina al suo villaggio in Guinea. Per i giudici della Corte d’appello di Palermo, “il documento non risulta formato su un certificato di assistenza al parto o dalla dichiarazione di un pubblico ufficiale in data coeva, ma sulla base di dichiarazioni degli stretti congiunti”. E le loro testimonianze non bastano. Il certificato di nascita ufficiale, rilasciato dall’Ufficiale di Stato Civile, con tanto di timbri e numero di protocollo, è arrivato solo a processo concluso.
Il viaggio di Mouad - Ai mediatori prima e in aula, quando viene processato come scafista poi, Mouad ha provato a spiegare la sua storia. Il suo viaggio è iniziato verso la fine del 2019, quando aveva poco più di dodici anni. “Sono scappato dal mio Paese a causa della guerra insieme a mia madre e mio padre”, spiega in un delle lettere inviate agli attivisti del circolo Arci Porco Rosso di Palermo, che da anni mantengono una corrispondenza con i “capitani” finiti in carcere.
Da solo - emerge dagli atti del processo - ha attraversato il Mali, il Senegal e poi il deserto fino alla Tunisia, dove ha iniziato a lavorare per sopravvivere, senza mai vedere un soldo. Non un’eccezione da quando il presidente Kais Saied ha bollato i migranti subsahariani come “persone non gradite” e contro di loro è iniziata una vera e propria campagna di linciaggi, rastrellamenti e persecuzioni.
In cambio di più di due anni di fatica, sarebbe stato il suo datore di lavoro a pagare il passaggio su quel gommone cencioso. Durante la traversata - spiega - lui si è limitato a sostituire una candela quando il motore si è fermato. Inizialmente racconta di aver guidato per un tratto perché minacciato dagli altri passeggeri, dopo nega qualsiasi coinvolgimento. Non sa nulla dell’organizzazione, non ha contatti, è stato trattato esattamente come gli altri, dice. E lo confermano anche i suoi accusatori.
Anche se al momento dell’incidente probatorio solo uno degli uomini che lo ha accusato risulta reperibile, al tribunale basta per decidere che il ragazzo è colpevole. Pur riconoscendogli le attenuanti generiche, il giudice fa pesare anche l’aggravante dell’ingiusto profitto “sia pur indiretto” perché - si legge in sentenza - “aveva accettato di guidare il gommone in cambio dell’opportunità di raggiungere l’Italia senza pagare i 5mila dinari versati dagli altri”. Mouad continua a dirsi innocente.
La solidarietà - “Per favore, aiutatemi a andare in una comunità per poter lavorare e aiutare mia madre - scrive dalla sua cella - Ha una grave patologia ai reni, non può camminare, può muoversi solo in sedia a rotelle”. Per molto tempo non è riuscito ad avere notizie di lei, l’istanza per i colloqui telefonici ci ha messo oltre un anno per essere processata. “Lo capiranno che ho detto la verità”, ha detto, convinto, per mesi. Ma l’ultima sentenza lo ha fatto sprofondare.
“Sono scoraggiato, sono perduto, ho perso la felicità, sto male”, scrive adesso in ogni missiva, chiedendo aiuto. La parrocchia Santa Lucia di Palermo si è resa disponibile ad accoglierlo ai domiciliari, ma in prima istanza ancora una volta il tribunale ha detto no. Adesso la palla passa al Riesame, che dovrà decidere anche sulla base dei nuovi documenti arrivati dalla Guinea.
Una speranza, spiegano la legale e gli attivisti del circolo Arci che con lui sono in contatto, a cui il ragazzo tenta di aggrapparsi. E non è l’unico, avvertono, in questa situazione. “Solo negli ultimi due anni sono state arrestate circa 300 persone semplicemente per aver guidato una barca. Tra loro ci sono diversi minori - dicono gli attivisti di Arci Porco Rosso -. Si tratta solamente della sistematica ricerca di un capro espiatorio su cui addossare la responsabilità per le sofferenze causate dai confini e dalle politiche Italiane ed Europee che li mantengono”.











