di Luigi Manconi
La Stampa, 1 agosto 2022
Nemmeno la vena più acida della satira politica più scellerata attribuirebbe al possibile avvento di un governo di destra la causa scatenante delle violenze che, negli ultimi giorni, si sono consumate ai danni di stranieri residenti in Italia. Lo sguardo, evidentemente, va indirizzato altrove. Al fatto cioè, che in Italia, mentre giornali e schermi televisivi riproducono le immagini di sbarchi più frequenti e massicci (ma assai inferiori a quelli del 2015) e dell’hotspot di Lampedusa ridotto in condizioni tragiche e pieno come un uovo, nel sistema mediatico e nel linguaggio domestico non circola alcun discorso pubblico sull’immigrazione.
O meglio: vi circola in prevalenza un senso comune colpevolizzante e stigmatizzante, che riduce lo straniero a figura criminale, a soggetto deviante, a fattore di disordine sociale. È accaduto così anche in occasione dell’assassinio di Civitanova Marche: “l’indifferenza” segnalata da molti si spiega, tra l’altro, col fatto che, per una quota rilevante di opinione pubblica, il cittadino nigeriano ucciso era parte costitutiva del degrado della vita urbana (accattonaggio, marginalità, extra-legalità): dunque, Alika Ogorchukwu, più e prima che vittima, era elemento e causa di quello stesso degrado. Ovvero correo della propria stessa morte. Molte le cause di questa falsa rappresentazione. Tra queste, come si è detto, la mancata elaborazione di un’idea e di un racconto (proprio non mi riesce di ricorrere allo stucchevole termine di “narrazione”) sull’immigrazione che siano razionali: e che diano conto di ciò che effettivamente è: una componente essenziale della nostra organizzazione sociale e dell’economia nazionale. In altre parole, oltre 5 milioni di stranieri regolarmente residenti e un contributo alla ricchezza nazionale corrispondente a 9-10 punti di Pil.
Tutto ciò risulta cancellato dalle notizie di cronaca nera o - nel migliore dei casi - da un sentimento di compassione davanti alle tragedie: i migranti morti nel Mediterraneo (più di 800 nel corso del solo 2022) e il giovane marocchino accoltellato a Recanati.
Tra le ragioni di questo deficit di conoscenza c’è anche la responsabilità di quella che viene detta cultura democratica e di sinistra. Questa ha vissuto la questione con imbarazzo, se non con un vero e proprio disagio, muovendosi sempre sulla difensiva. Ha patito, di conseguenza, l’offensiva xenofoba delle destre, limitandosi in genere a deprecare il razzismo e a evocare la solidarietà. Da quando, già nei primi anni Novanta del secolo scorso, l’immigrazione è diventato fenomeno di massa, quella cultura democratica e di sinistra non è stata capace di fare un discorso, come si dice, “in positivo”. Certo le difficoltà erano e sono enormi, ma palesemente è mancata la volontà politica. E ciò in un paese dove pure interi settori produttivi (dalla ristorazione all’agro-alimentare) dipendono in misura rilevantissima dal lavoro straniero; in una società dove la crisi profonda del welfare state è stata, almeno parzialmente, “soccorsa” e contenuta grazie a centinaia di migliaia di babysitter, colf, badanti, assistenti sanitari provenienti dall’estero; in un sistema scolastico pubblico dove i minori stranieri sono oltre 800mila e contribuiscono alla formazione di un’identità collettiva, certo composita e contradditoria, ma viva e vitale. Questa l’Italia contemporanea, dove molti giovani stranieri occupano - e finalmente - posti importanti nella ricerca, nell’arte, nell’economia e nella finanza, nell’imprenditoria.
Ecco, questo è quanto manca nel discorso pubblico sull’immigrazione. Il rischio è che manchi persino in questa campagna elettorale, da subito macchiata dal sangue di Alika Ogorchukwu e del ventenne nordafricano. La cultura democratica e di sinistra e i partiti che vi si ispirano possono, ancora una volta, giocare di rimessa, sperando di evitare il peggio: gridare al pericolo dell’intolleranza e augurarsi che la xenofobia (la paura dello straniero, cioè) non si traduca in risorsa elettorale per l’avversario. Oppure possono rovesciare completamente lo schema: parlare di riforma della legge sulla cittadinanza (in campagna elettorale? Sì, in campagna elettorale) partendo da quei dati di realtà prima detti. Dal fatto che, per esempio, è da due decenni che l’Ufficio studi di Confindustria parla della necessità, per l’economia italiana, di 150-180mila lavoratori stranieri ogni anno.
E, ancora, del fatto che l’edilizia italiana ha riacquistato una certa vivacità anche grazie al contributo di ottimi muratori, idraulici e piastrellisti rumeni. In altre parole, l’unica possibilità che i settori più vulnerabili della società italiana non vivano la presenza degli stranieri come una minaccia non è quella di cancellare questi ultimi. È, al contrario, una strategia culturale e politica che individui i punti di contatto tra italiani deboli e stranieri deboli: e su questo costruisca un programma comune che metta al centro i bisogni materiali condivisi (salariali, abitativi, sanitari). Insomma, ai nazionalismi e ai sovranismi non si risponde con la retorica della fratellanza: l’unica replica possibile è quella che parla di un’Italia com’è, fatta di vecchi e nuovi italiani che possano convivere pacificamente insieme.










