sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Vitalba Azzollini*

Il Domani, 20 giugno 2026

Quando una decisione politica è complessa e può incontrare obiezioni, l’esecutivo tende a ricorrere a decreti-legge, sottraendola ai tempi ordinari del confronto parlamentare, e così trattando come un intralcio ciò che è parte essenziale della dinamica democratica. La questione è di metodo, ed è un metodo discutibile. Potrebbe essere questo il filo conduttore di alcuni dei provvedimenti adottati in quattro anni di governo. Da ultimo, il decreto-legge di attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo, applicabile dal 12 giugno scorso. Le norme erano già contenute in un disegno di legge, approvato dal Consiglio dei ministri a febbraio e presentato in Senato ad aprile. La Commissione Affari costituzionali aveva avviato l’esame a maggio e si preparava a individuare i soggetti da audire.

Poi, con l’avvicinarsi della data di operatività del Patto, il governo ha cambiato “veicolo” normativo, trasferendo molte disposizioni in un decreto-legge. È stata una circostanza poco sottolineata. È vero che il Patto doveva essere “messo a terra” prima della data prevista. Ma quella data era nota da due anni: la riforma europea era stata approvata nella primavera del 2024, e da allora l’Italia sapeva di dover adeguare regole e procedure interne al nuovo sistema. Il governo, invece, si è ridotto alle ultime settimane. Dimenticare i torturatori. Torna l’asse Roma - Tripoli per fermare i migranti Il decreto-legge è previsto dalla Costituzione per i casi straordinari di necessità e urgenza.

Ma per il Patto la necessità di intervenire era prevedibile e l’urgenza è stata prodotta solo dal ritardo con cui l’esecutivo ha scelto di muoversi. In questa legislatura non è la prima volta in cui si assiste al travaso di norme da un disegno di legge a un decreto-legge. Nell’aprile 2025, uno dei vari testi sulla sicurezza, discusso per mesi come disegno di legge, è stato trasformato in decreto dall’esecutivo, con presupposti di necessità e urgenza quanto meno dubbi. Ciò dice molto del rapporto tra governo e Parlamento: quando la decisione politica è complessa e può incontrare obiezioni, l’esecutivo tende a sottrarla ai tempi ordinari del confronto parlamentare, che è parte essenziale della dinamica democratica. Se l’Europa diventa prigione, cosa cambia con il Patto Ue per le persone migranti Secondo Openpolis, il governo Meloni è tra quelli con la media mensile più alta di decreti-legge nelle ultime legislature, cioè circa tre al mese.

La decretazione d’urgenza tende così a diventare uno strumento ordinario: serve a dimostrare capacità di intervento immediato, traducendo in emergenza anche ciò che avrebbe potuto essere discusso con tempi ordinari. L’uso sistematico del decreto-legge incide anche sull’istruttoria del testo normativo. In base ai regolamenti parlamentari, le Commissioni possono svolgere indagini conoscitive e ascoltare soggetti in grado di fornire elementi utili: amministrazioni, esperti, organizzazioni e operatori del settore. In materia di migrazione e asilo, questa istruttoria è essenziale, dato che le norme incidono sull’accesso alla protezione internazionale, sulla libertà personale, sull’effettività dei ricorsi e su altri diritti essenziali.

Ma le audizioni svolte in occasione della conversione di un decreto-legge non hanno lo stesso peso che avrebbero in un percorso ordinario: intervengono su un testo già vigente e in un periodo limitato di sessanta giorni, per cui resta poco tempo per valutare le osservazioni raccolte e tenerne conto nel testo. Va anche detto che talora, pure quando le audizioni trovano il tempo e lo spazio necessario, accade che restino ignorate. Ad esempio, durante l’esame della legge di ratifica del Protocollo Italia-Albania, gli esperti auditi avevano segnalato una serie di dubbi: dalle garanzie delle procedure di asilo svolte fuori dal territorio italiano alla parità di trattamento rispetto alle persone trattenute nei centri di permanenza per il rimpatrio in Italia.

Quelle osservazioni non hanno inciso sulla scelta legislativa. Poco dopo, però, alcuni degli stessi nodi sono arrivati davanti ai giudici italiani e alla Corte di giustizia dell’Unione europea. Sui migranti i governi europei attaccano le garanzie della Cedu Il metodo del ricorso al decreto-legge, limitando sostanzialmente lo spazio di intervento del Parlamento, riduce il tempo per correggere errori e la possibilità di ascoltare chi conosce i problemi prima che diventino contenzioso.

Così sposta sul giudice ciò che avrebbe dovuto essere affrontato dal legislatore. Quando si parla del sovraccarico dei tribunali, bisognerebbe guardare anche a questo profilo: norme scritte in fretta e poco istruite, spesso fonte di cattiva regolazione. In conclusione, la questione di metodo è anche una questione democratica. Perché democrazia significa confronto, trasparenza e ponderazione degli interessi coinvolti. Peccato che, sempre più spesso, tutto questo finisca per essere trattato come un ostacolo da aggirare, anziché come un valore da perseguire.

*Giurista