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di Giorgia Linardi*

La Stampa, 4 aprile 2025

La mossa di Tripoli contro la “presenza post-coloniale” è la prova del fallimento delle politiche esterne dell’Ue. La Libia mette al bando le organizzazioni umanitarie, accusandole di minare la sovranità nazionale. A puntare il dito è l’agenzia per la sicurezza interna di Tripoli che in una conferenza stampa accusa l’Agenzia Onu per i Rifugiati (Unhcr) e nove Ong di complotto contro lo Stato, indicendo la chiusura delle sedi locali. Le ong colpite sono Medici Senza Frontiere, Norwegian Refugee Council, Terre des Hommes Italia, International Medical Corps, Danish Refugee Council, Care Germany-Luxemburg, InterSos, Acted e Cesvi. Tra queste diversi partner con cui l’Unhcr collabora per le attività di supporto alle persone migranti, e Ong finanziate dalla cooperazione europea, inclusa la Farnesina.

L’attacco all’intervento umanitario occidentale in Libia solleva questioni di carattere diplomatico nella gestione delle relazioni con la comunità internazionale. Le autorità libiche parlano di “crimini che minacciano la sicurezza dello Stato”, azioni di “intelligence” portate avanti dalle ong per “diffondere l’ateismo, il cristianesimo, l’omosessualità, la decadenza morale”, parte di un “progetto internazionale ostile alla Libia, che mira a insediare nel Paese immigrati illegali”. Le ong sono accusate inoltre di “sfruttare l’instabilità politica, economica e di sicurezza che il nostro amato Paese sta vivendo a causa di interferenze straniere”.

Nel condannare l’aiuto alle persone migranti nel Paese, i cui diritti sono completamente disconosciuti, Tripoli sferza una critica efferata alla presenza internazionale, presentata come ingerenza post-coloniale. Il grido al complotto contro le ong tradisce un’insofferenza che però, non a caso, non sfiora le grandi multinazionali che sfruttano le risorse energetiche del Paese.

Le accuse fanno riferimento esplicito al supporto che le organizzazioni colpite hanno fornito negli anni alle persone migranti in un manifesto propagandistico profondamente razzista, che però ci costringe a interrogarci sulla percezione della presenza internazionale in Libia come ingerenza post-coloniale e sull’approccio finora adottato dalla comunità internazionale e dalle politiche europee.

Le dichiarazioni libiche smascherano gli accordi con Italia e Ue, che per anni hanno strumentalizzato la presenza umanitaria in Libia per giustificare il finanziamento di decine di migliaia di respingimenti illegali, correlati da violenza e abusi nei centri di detenzione libici e nelle mani dei trafficanti, alimentando una spirale di abusi ai danni dei diritti fondamentali delle persone in fuga.

La Libia è ritenuta dalle istituzioni europee un Paese sufficientemente sicuro per siglare accordi disumani ai danni dei diritti delle persone migranti, mentre le relazioni con il Paese nordafricano non sono state mai abbastanza solide da garantire l’accesso e le condizioni minime di intervento alle organizzazioni umanitarie, costantemente soggette a limiti, ostacoli e compromessi spesso inaccettabili. Nel promuovere politiche di matrice post-coloniale, l’Ue ha indebolito la sua posizione, rinunciando alla priorità della difesa dei diritti e delle libertà delle persone in movimento.

L’attacco all’azione umanitaria in Libia è prova del fallimento delle politiche esterne dell’Ue in materia di migrazione e dei rapporti con i Paesi sull’altra riva del Mediterraneo, che l’Europa tratta come scatoloni dove contenere ad ogni costo le persone migranti che non vuole accogliere, e mostra ancora una volta la debolezza delle relazioni internazionali con la Libia, come provato dallo scandaloso rimpatrio con volo di stato italiano del boia libico Almasry. Queste politiche vanno immediatamente e drasticamente riviste. Intanto, a pagarne il prezzo sono, ancora una volta, le persone migranti intrappolate in Libia: il restringimento dello spazio umanitario rappresenta un pericoloso gioco diplomatico e propagandistico sulla loro pelle.

*Portavoce Sea-Watch