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di Giorgia Linardi*

La Stampa, 12 aprile 2025

Ammanettati con fascette ai polsi. Trattati come rifiuti pericolosi per mostrare il pugno duro, ma verso chi? Le persone deportate in Albania sono un nemico costruito ad arte per legittimare un approccio securitario sempre più sfacciatamente violento, sulla pelle di chi dovremmo invece proteggere. Il Governo emula i video social della Casa Bianca sulle deportazioni in catene dagli Usa, in un vortice di globalizzazione della cattiveria in cui gli Stati ricorrono alla forza come mezzo di controllo e affermazione di potere, ostentando disumanizzazione a scopo propagandistico.

Quelle fascette ai polsi servono a far credere che le quaranta persone trasportate in Albania siano pericolosi criminali da allontanare dal territorio italiano, un Paese che i veri criminali li riaccompagna a casa con volo di Stato come il torturatore e aguzzino Almasry, arrestato su mandato della Corte penale Internazionale con dieci capi d’accusa tra crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ma immediatamente liberato per non intaccare gli accordi con la Libia. Così, ad essere deportati in manette di plastica, trattati come pacchi postali di un baraccone itinerante, sono persone che in gran parte non hanno commesso alcun reato se non quello di essere arrivate in Italia in cerca di un futuro.

Persone trattenute in detenzione amministrativa, come automobili sottoposte a fermo, che in Italia erano rinchiuse in quelle strutture infernali chiamate Cpr - i centri per il rimpatrio. Un limbo in cui le persone, perlopiù selezionate per profilazione razziale e Paese di origine, restano intrappolate per mesi senza sapere cosa ne sarà di loro. Solo il 10% dei provvedimenti di espulsione, infatti, si traduce in un rimpatrio, poiché l’Italia non ha sufficienti accordi bilaterali con i Paesi d’origine.

I deportati in Albania erano rinchiusi nelle gabbie dei Cpr siciliani in condizioni disumane, soggetti a violenza poliziesca e imbottiti di psicofarmaci per non ribellarsi. D’altronde, con il nuovo disegno repressivo del Governo, rappresentato dal decreto sicurezza approvato la scorsa settimana, anche rivoltarsi contro il calpestamento dei propri diritti può costare fino a 8 anni di carcere.

Alcuni di questi ragazzi arrivano dal Cpr di Trapani, dove nelle ultime settimane si sono registrati episodi di estrema violenza tra cui pestaggi di cui abbiamo ascoltato le grida disperate in video trasmessi alle reti di società civile di supporto, privi di immagini poiché gli agenti hanno spaccato la videocamera dei pochi telefoni all’interno della struttura. In questi luoghi è comune sentire storie di giovani ragazzi disperati che “fanno la corda” - cercano di impiccarsi- o ingoiano rasoi e forchette dalla disperazione e vengono per questo sedati oltre misura. I centri in Albania sono stati finora un fallimento imbarazzante. Tutti i trattenimenti per ora effettuati non sono stati convalidati dai tribunali competenti. Ed ecco che il Governo decide di estendervi il crudele sistema dei Cpr, pur di dare un senso alle centinaia di milioni di euro investiti nel progetto e fare ancora una volta da faro di disumanità per l’Ue, che intende esportare il modello Albania su scala europea.

Finché continueremo a definirci e considerarci un popolo civile e democratico non possiamo permetterci di abituarci a questa violenza, di assuefarci alla propaganda sulla pelle delle persone che dovremmo proteggere, rinunciando ai nostri valori. Quanto ancora siamo disposti a sopportare in termini di sconti alla tutela dei diritti fondamentali della persona? D’altronde la premier Meloni lo aveva promesso: “I centri in Albania funzioneranno!” - letteralmente al costo della dignità del nostro Paese.

*Portavoce Sea Watch