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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 24 settembre 2026

L’audio agli atti dell’inchiesta di Ravenna. I medici e il dilemma del “luogo patogeno”. Il colloquio tra un migrante e una dottoressa acquisito dal telefono di Cocco. “Se vado in quel Cpr mi ammazzo, ve lo dico già da adesso”. Lo dice, durante la sua visita per stabilire se sia o meno idoneo all’ingresso in un centro di permanenza per i rimpatri, un ragazzo migrante. L’audio era tra i messaggi di Whatsapp del telefono di Nicola Cocco, l’infettivologo indagato insieme a tre suoi colleghi dalla procura di Ravenna per associazione a delinquere finalizzata al falso ideologico, cioè alla produzione di finti certificati per bloccare l’accesso dei migranti nei Cpr.

“Volete vedere un morto? So già come fare. Mi butto”. La dottoressa che ha registrato questi frangenti lo ha fatto proprio per illustrare il dilemma etico a cui si è trovata di fronte: come si può essere idonei a entrare in un luogo patogeno? Abbiamo una persona che minaccia di uccidersi e che forse, dunque, avrebbe bisogno di un trattamento diverso rispetto alla reclusione amministrativa, quella che si dà non per un reato ma soltanto perché non si hanno i documenti giusti. “È già successo in carcere che mi sono quasi ammazzato. Se io entro là dentro mi ammazzo. Non sto scherzando”. Chi parla ha dei piccoli precedenti, ma è a piede libero. Non c’è alcun motivo di ordine giudiziario per rinchiuderlo da qualche parte, non ha provvedimenti cautelari a suo carico. Può aspettare il procedimento che lo riguarda a casa sua, come del resto accade per tutte le altre persone nelle sue condizioni. Tutte le altre persone con un passaporto italiano, quantomeno.

Per gli investigatori, però, questa disperata ammissione in sede di visita medica ha un valore diverso. Lo ha detto, durante le trentasei ore passate tra la questura di Milano e quella di Varese, un agente della squadra mobile a Cocco: quell’audio proverebbe che il migrante in questione stava cercando di “estorcere” un certificato di non idoneità per il Cpr. Da qui la sua acquisizione agli atti dell’indagine. Il fatto è che non c’è mai stato nulla di segreto in quello che faceva Cocco insieme alla rete “Mai più Lager - No ai Cpr”: da anni escono appelli pubblici contro questi luoghi e molti medici si sono trovati a sottoscriverli. Sempre alla luce del sole. Peraltro, alla qualificazione del reato associativo a scopo di falso ideologico manca un elemento importante: gli indagati non avrebbero avuto alcun vantaggio dai loro comportamenti. Che, anzi, mettono a rischio la loro reputazione e il loro posto di lavoro.

Il problema, in tutto questo, resta l’esistenza stessa dei Cpr. Lo scorso 8 luglio, con una sentenza, il Consiglio di stato ha ordinato al ministero dell’Interno di condurre, entro sei mesi, una reale e approfondita istruttoria sulle condizioni di salute dei centri al fine di emanare un nuovo capitolato d’appalto. “L’istruttoria - fece sapere l’Asgi a margine il pronunciamento che aveva accolto proprio un suo ricorso - dovrà includere l’analisi dell’assistenza sanitaria, della carenza formativa del personale e degli episodi critici verificatisi nell’ultimo quinquennio, il tutto in stretta sinergia con il ministero della Salute e il Garante nazionale”.

Se il Viminale si stia davvero occupando della faccenda, però, non si sa. “Il termine scadrà a gennaio ma di quell’istruttoria, ad oggi, non si sa nulla”, dice la deputata del Pd Rachele Scarpa, che ha depositato ai ministeri dell’Interno e della Salute un’interrogazione per sapere a che punto siano le cose. “Nell’interrogazione - prosegue la deputata - ho voluto anche raccogliere la richiesta giunta dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici, che ha proposto di estendere ai Cpr l’indagine conoscitiva sul sistema penitenziario, perché quando una persona è privata della libertà personale è dovere dello Stato assicurarsi delle condizioni nelle quali vive e garantire pienamente i suoi diritti fondamentali, a cominciare dalla salute”.

Un lavoro del genere venne fatto tra il 2006 e il 2007 dalla cosiddetta Commissione De Mistura, istituita dall’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato proprio per verificare la situazione di quelli che ai tempi si chiamavano Cpt. Venne fuori che, a fronte di costi esorbitanti, di rimpatri effettivi ne avvenivano pochissimi. E che c’era una grave compressione dei diritti delle persone recluse. Vent’anni dopo la situazione è sempre la stessa.