sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Nazzarena Zorzella

Il Manifesto, 13 febbraio 2025

Il campo dell’immigrazione, fenomeno che il Governo non gestisce razionalmente ma combatte attraverso la compressione del diritto di difesa. La questione migratoria è, non da oggi, un formidabile strumento di propaganda per spostare l’attenzione dai veri problemi del paese, ma è anche occasione di sperimentare dispositivi giuridici da estendere ad altre categorie. Tra questi l’esecutivo si sta concentrando sul - o meglio contro - il diritto di difesa. Come dimostra il disegno di legge “sicurezza” la cui previsione di tutele “speciali” per le forze di polizia ha ripercussioni sulla possibilità di scagionarsi dalle accuse. E come dimostra tutto il campo dell’immigrazione, fenomeno che il governo non gestisce razionalmente ma combatte attraverso la compressione del diritto di difesa.

È lungo l’elenco delle riforme che negli ultimi due anni hanno inciso negativamente su questo diritto ed è urgente evidenziare gli effetti che la sua compressione sta avendo sulla negazione del diritto d’asilo. Diritto che non può essere eliminato in ragione di obblighi costituzionali e internazionali ma che procedure sempre più selettive e rapide stanno svuotando.

L’esame della domanda di protezione internazionale frammenta l’unitaria categoria del o della richiedente asilo, differenziando i trattamenti e restringendo le tutele. Al di fuori dei “vulnerabili” definiti dalla legge (donne “con priorità per quelle in stato di gravidanza”, minori, vittime di tratta o violenza, persone affette da disturbi psichici), per gran parte delle altre categorie la procedura di esame è “accelerata e/o di frontiera”. Significa che l’iter deve concludersi in sette o nove giorni al massimo, i richiedenti sono trattenuti in Cpr, il termine per il ricorso all’autorità giudiziaria contro il diniego di protezione è di i 15 giorni ma in molti altri casi, comprese le procedure di frontiera, è di soli 7 giorni, senza sospensione automatica (va riconosciuta dal giudice).

In queste condizioni e senza conoscere gli avvocati da nominare, per il richiedente asilo, quasi sempre trattenuto, è difficile esercitare il diritto di difesa, sia nelle udienze di convalida sia nel ricorso sull’asilo. Il culmine il governo l’ha raggiunto con la più recente legge 187/2024 che ha introdotto un’ulteriore restrizione per i richiedenti provenienti da un paese che l’Italia ritiene sicuro. In esecuzione del protocollo Roma-Tirana questi sono soccorsi nel Mediterraneo, condotti dopo alcuni giorni in Albania e trattenuti con convalida entro 48 ore.

La decisione è prevista entro sette giorni e l’audizione viene solitamente effettuata il giorno dopo l’arrivo e senza alcuna effettiva informazione e preparazione. Così le decisioni negative sull’asilo sono notificate prima che si svolga l’udienza sul trattenimento e hanno un termine di sette giorni per la presentazione del ricorso (prima era di 15 e molti sono convinti sia ancora tale). Il tutto accade dunque in una manciata di giorni.

È evidente che una simile procedura nega in radice il diritto di difesa del richiedente asilo. Durante le tre visite effettuate da parlamentari italiani con le associazioni del Tavolo asilo e immigrazione è emerso che i richiedenti asilo nulla sanno delle varie fasi e non hanno alcun reale contatto con i difensori che si trovano a centinaia di chilometri - difensori nominati sulla base di criteri discrezionali del tutto opachi.

Questo schema normativo nega in radice l’effettività del diritto di difesa costituzionalmente garantito a tutti e nega conseguentemente il diritto d’asilo, la cui tutela è stabilita innanzitutto dall’articolo 10 della Costituzione oltre che dal diritto europeo. È questo il quadro giuridico che fa da sfondo alla mutazione dell’istituto dell’asilo: non più diritto fondamentale e inviolabile, come voluto dalla comunità internazionale dopo la Seconda guerra mondiale, ma caratterizzato in maniera crescente da sospetto e criminalizzazione.

I ministri dovrebbero visitare Gjader e i vari Cpr distribuiti in Italia, parlare con i richiedenti asilo detenuti, confusi e impauriti, osservare i segni delle torture subite in Libia, guardare negli occhi questi giovani che fuggono da una pluralità di violazioni di diritti umani e subiscono in Italia o in Albania la detenzione senza avere commesso nessun reato, vedendo negato il loro diritto a una vita dignitosa. Dopo forse non sarebbero così ostili a uno dei diritti fondamentali per uno Stato democratico. Ma così non è.