sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Vittorio Alessandro*

Il Manifesto, 18 giugno 2025

Il Governo dice chiaramente che sono ammessi solo gli interventi istituzionali, mentre l’azione dei volontari è ritenuta contraria alle finalità istituzionali. Ne consegue un ammasso confuso di misure punitive. La risposta non può che essere un severo auto-coordinamento del soccorso civile. L’analisi del Manifesto di ieri sui più recenti indirizzi governativi in materia di soccorso in mare pone interrogativi sulla strategia corrente, ma anche urgenti considerazioni sul ruolo dell’attivismo umanitario e sulle sue modalità di intervento. La modificata consistenza della flotta civile verso unità di più piccole dimensioni risponde alla necessità di far fronte ai costi del trasferimento nei porti più lontani e alle spese per le sanzioni subite e le relative contese giudiziarie. Ci si chiede, a questo punto, se il generoso impegno degli equipaggi volontari non rimanga il capro espiatorio di una strategia del soccorso in mare che - al di là del grande impegno delle motovedette, di cui sempre meno si parla - si rivela sempre più fallimentare e pericoloso, non soltanto per le persone a rischio di perdersi, ma anche per gli stessi operatori coinvolti.

Mentre rispetto alle emergenze a terra (catastrofi naturali, epidemie) è ben delineata l’organizzazione che mette insieme - alle dipendenze della protezione civile - l’intervento istituzionale e quello volontario, l’ispirazione ideologica dei governi che si sono alternati negli ultimi anni ha impedito l’attuazione di qualcosa di analogo per il soccorso in mare. Ciò che prima si percepiva soltanto, l’attuale esecutivo lo dichiara esplicitamente: sono ammessi solo gli interventi istituzionali, mentre l’azione dei volontari è ritenuta eccentrica se non addirittura contraria alle finalità istituzionali. Ne consegue un ammasso confuso di misure punitive, piccole e grandi. La più significativa è l’allontanamento delle navi ong dal quadrante dell’emergenza.

La risposta non può che essere un severo auto-coordinamento del soccorso civile, un manuale d’azione per i comandanti che costituisca anche traccia per una difesa in giudizio non di volta in volta imbastita, ma basata su convincimenti consolidati ed espressi. Per esempio a partire dall’abc: le imbarcazioni del soccorso civile devono o no (e perché) spingersi, quando necessario, in acque Sar (di ricerca e soccorso) esterne alla zona di responsabilità italiana? In che modo devono affrontare la pretesa italiana di coordinamento con le autorità libiche e tunisine che non rispondono al dettato del diritto internazionale?

E ancora, con riguardo alle mansioni operative: le unità ong di dimensione ridotta, stante la loro limitata operatività, dovranno solo fornire assistenza o invece, ove possibile, prendere a bordo i naufraghi? Si atterranno scrupolosamente alle direttive del centro di coordinamento ma, come sempre in navigazione, quanto dovrà valere l’apprezzamento del comandante sulla situazione di pericolo e le misure necessarie a ridurlo? Servono, dunque, linee guida comuni che, ferma restando la specificità di ogni soccorso, riguardino anche la richiesta del porto sicuro (nulla a che vedere con la selezione dei più vulnerabili e gli improbabili smistamenti verso questo o quell’approdo).

Se per le navi di soccorso più grandi poteva forse valere l’alibi di una supposta possibilità di affrontare tre o quattro giorni di viaggio verso i porti più lontani, le piccole unità non sono certamente in grado di affrontare lunghe giornate di mare, al di là del numero di persone ospitate: si tratta delle basilari regole di sicurezza che le Capitanerie di Porto fanno rispettare nei confronti di ogni spedizione. Con l’adozione di un protocollo comune è necessario che ogni interlocuzione con le autorità sia minuziosamente annotata e resa pubblica. Tali linee guida diventerebbero, così, patrimonio pubblico di solidarietà e conoscenza marinara, offerto alle istituzioni perché possano al meglio avvalersi del volontariato, indispensabile in mare come a terra per salvare la vita delle persone in pericolo.

*Ammiraglio della Guardia costiera, ora in congedo