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di Gianfranco Lattai*


Corriere della Sera, 27 agosto 2019

 

Secondo Laozi: "Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce". Coloro che si occupano di cooperazione internazionale constatano ogni giorno il senso di questa massima. Più facilmente si comunicano gli interventi per le emergenze umanitarie e le calamità naturali piuttosto che il costante impegno nello sviluppare posti di lavoro per i giovani, nel garantire una sanità di base, nell'assicurare l'alfabetizzazione e la scolarizzazione a bambine e bambini delle famiglie più vulnerabili, nel promuovere progetti di autosufficienza alimentare, di sviluppo umano, di crescita economica e sociale dei territori.

L'attuale fase storica rimuove ciò, sostenendo che le ong siano sono solo quelle nel Mediterraneo. Un'accezione distorta e limitativa. Se poi fosse provata la collusione con gli scafisti sarebbe ancor più grave e dovremmo auspicare l'intervento della magistratura. Tuttavia le procure di Catania e Trapani, che hanno sollevato sospetti sulle legittimità delle azioni di queste navi, non hanno emesso finora alcun provvedimento giudiziario. L'opinione pubblica è disorientata.

Non comprende come nella sola Libia ci siano 800mila uomini, donne, bambini nei campi di detenzione ove neppure l'Onu accede. Un vero inferno e un vero affare per i trafficanti di uomini. Per capire questo infernale business basterebbe analizzare il sofisticato mercato illegale degli organi. Coloro che lasciano i loro Paesi e le loro famiglie lo sanno prima di partire.

Eppure decidono di cercare un futuro possibile. Sono consapevoli dei rischi mortali e che spenderanno almeno dieci volte di più dell'acquisto di un biglietto aereo per l'Europa, ma per loro sono chiusi gli aeroporti. Gli scafisti sono solo l'epilogo di storie partite mesi o anni prima. I trafficanti lucrano sulle persone comunque, a prescindere dalla sopravvivenza di queste ultime.

È inumano fare la politica dei rimpatri in Libia sapendo che in questo Paese non possiamo assicurare, neanche come ong d'intesa con le Agenzie Onu, quei servizi che molti dei nostri organismi offrono nei campi sfollati e rifugiati in tante parti del mondo. È inumano che l'Europa non trovi una soluzione per l'accoglienza. Tuttavia siamo grati del fatto che, nel discorso di insediamento come nuovo Presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli abbia accennato alla revisione del Trattato di Dublino. Bene che ci siano navi di Ong o della Marina Militare Italiana che salvino la dignità di un Paese, l'Italia, e di una comunità, non condannando a morte tante persone nel Mediterraneo.

Forse a noi delle Ong italiane è mancato il coraggio di mettere in mare una nostra nave. Tuttavia non è mai troppo tardi. Il problema non sono le Ong che per definizione operano in carenza di diritti, ma quei diritti negati che rischiano di diventare pietre angolari di una cultura priva di qualsiasi dignità. Cultura che contraddice l'articolo 2 della Legge 125.14, la quale riconosce la centralità della persona umana, nella sua dimensione individuale e comunitaria. Legge democraticamente ratificata dai rappresentanti del popolo italiano.

 

*Presidente Focsiv