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di Alessia Candito

La Repubblica, 31 luglio 2024

Con buona pace degli annunci del governo di Meloni, che ha giustificato la nuova stretta su accoglienza e soccorsi per contrastare le morti in mare, violenze, violazioni dei diritti umani, intercettazioni, naufragi rimangono cronaca quotidiana. Novecento diciotto morti accertate lungo la rotta del Mediterraneo centrale da gennaio a oggi, 1095 se si calcolano anche le direttrici est e ovest, 5 persone al giorno che muoiono tentando la traversata, 62 bambini che adulti non lo diventeranno mai, più di 38mila naufraghi respinti in Libia o Tunisia, in un nuovo girone infernale di detenzioni arbitrarie, torture a scopo di estorsione, deportazioni nel deserto, stupri. Al largo di lettini e ombrelloni, di aperitivi al tramonto e djset in spiaggia continua a esserci un cimitero.

Con buona pace degli annunci del governo di Giorgia Meloni, che ha giustificato la nuova stretta su accoglienza e soccorsi in nome della “lotta ai trafficanti lungo tutto l’orbe terracqueo” per contrastare le morti in mare, nel Mediterraneo violenze, violazioni dei diritti umani, intercettazioni, naufragi rimangono cronaca quotidiana. E se gli arrivi sono diminuiti quasi del 70 per cento, lo stesso non è successo per morti e violenze.

Lo racconta chi arriva, più di 400 negli ultimi giorni sono stati soccorsi nei pressi di Lampedusa. “Molti - dice Francesca di Mediterranean Hope, il programma migranti della Federazione italiana chiese evangeliche - sono tunisini, iniziano a vedersi anche algerini e marocchini”. Cocci di Nordafrica trasformato in gendarme d’Europa, a dispetto delle denunce di agenzie internazionali come Amnesty International, che nel suo ultimo rapporto punta il dito contro la Tunisia dove, con le presidenziali alle porte, arresti e violenze contro gli oppositori politici, come contro i migranti subsahariani deportati nel deserto o venduti ai libici, sono aumentate. “Indifferenti al diritto internazionale - ha tuonato la segretaria generale di Amnesty Agnès Callamard - l’Ue e i suoi Stati membri hanno vergognosamente concesso una patina di legittimità alla repressione di questo governo in nome dell’esternalizzazione delle frontiere e dell’antiterrorismo”.

Ishtar, nome di fantasia che lui stesso ha scelto quando ha raccontato la sua storia ai soccorritori di Humanity1, è una delle vittime. È partito dal Burkina Faso, ha attraversato il deserto fino ad arrivare in Tunisia per tentare la traversata. “Il motore non era abbastanza potente, non avevamo carburante. La Guardia Costiera ci ha trovati e siamo stati deportati in Libia, in un centro di detenzione. Lì siamo stati torturati e minacciati. Abbiamo dovuto pagare tremila dinari per ottenere la liberazione”. E ripiombare in un quotidiano di violenza, schiavitù, minacce, sfruttamento. “Attraversare il mare è l’unico modo per sopravvivere”.

Ne erano certi anche i 156 che Sea Watch ha dovuto accompagnare fino a La Spezia prima di poterli far sbarcare. “Si fosse trattato di cittadini bianchi europei, le autorità avrebbero fatto di tutto per garantire loro il diritto a un porto vicino, senza inutili viaggi a nord”. Ma la strategia dei porti lontani, insieme all’obbligo ad un unico soccorso, è stata una delle prime armi del governo per mettere le ganasce alla flotta civile, allontanarla dall’area operativa, moltiplicare i costi di ogni missione, svuotare il Mediterraneo. Nel mare senza soccorritori e testimoni, repressione e morti aumentano. E non di tutti i naufragi si ha notizia. Di alcuni si sa solo perché un corpo affiora in mezzo alle onde.

Tredici li ha individuati a inizio giugno Sea Bird, l’aereo di Sea Watch che continua a volare a dispetto dell’ordinanza con cui Enac che ha tentato di lasciarlo a terra a colpi di multe. “Questo è il risultato delle politiche dell’Italia e dell’Ue, che non solo portano all’aumento di morti e naufragi, ma puntano a far crescere i respingimenti - dice Luca Marelli di Sea Watch - Di recente è stata istituita la Sar tunisina, con cui l’Italia cerca di riprodurre quello che è stato fatto in Libia: istituzionalizzare un’area in cui le motovedette possano intercettare le persone e riportarle nel Paese da cui stavano fuggendo. Una violazione palese del diritto internazionale”.

Solo nell’ultimo mese Sea Bird ne ha documentate tredici. In un caso, la Guardia costiera libica è persino salita a bordo di un mercantile che aveva soccorso dei naufraghi, bastonati pur di costringerli a salire sulla loro motovedetta. “Questo dimostra un elemento fondamentale delle politiche dell’Ue e dell’Italia: senza la violenza non sarebbero applicabili”. Ne fanno le spese anche le navi ong, più volte attaccate da uomini armati, o minacciate durante i soccorsi. Ma soprattutto è prezzo che paga chi cerca nel mare una via per salvarsi.

“Ormai difficilmente soccorriamo persone che stiano affrontando per la prima volta la traversata. La maggior parte - dice Juan Matias Gil di Medici senza frontiere - hanno alle spalle cinque o sei tentativi”.E sempre di più, sono ragazzini che viaggiano da soli. Nel 2023, il 75 per cento dei minori hanno affrontato la traversata senza un adulto accanto. Alì, salvato nei mesi scorsi da Ocean Viking, ha appena 8 anni. Partito dal Mali, ha attraversato il deserto fino ad arrivare in Libia. “Dormivo per strada, spesso mi picchiavano perché sono nero”. L’essere così piccolo non lo ha salvato dalla detenzione nel lager di Ain Zara. Solo grazie alla pietà di due adulti è riuscito a scappare e salire su un gommone sgonfio. E solo dopo essere stato soccorso, ha scoperto cosa voglia dire essere un bambino, passare il tempo a disegnare.