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di Albertina Sanchioni

Il Manifesto, 15 ottobre 2025

“Ribadiamo ancora una volta che questo accordo deve finire: le cicatrici sulla nostra pelle sono testimoni delle violenze della cosiddetta guardia costiera libica, finanziata dal governo italiano”. “Ribadiamo ancora una volta che questo accordo deve finire: le cicatrici sulla nostra pelle sono testimoni delle violenze della cosiddetta guardia costiera libica, finanziata dal governo italiano”. A parlare nella Sala Berlinguer della Camera è Hassan Zakariya, co-fondatore dell’associazione Refugees in Libya, oggi rifugiato in Canada. Si riferisce al memorandum Italia-Libia, firmato nel 2017 dall’allora governo Gentiloni. Partito Democratico, Avs, +Europa e Italia Viva - i partiti di opposizione a eccezione del Movimento 5 Stelle - voteranno oggi alla Camera una mozione che chiede lo stop agli accordi che hanno permesso al nostro governo di fornire armi e finanziamenti alla cosiddetta guardia costiera libica nei passati sette anni. Mancano poco più di due settimane al rinnovo automatico del patto: se al 2 novembre Roma o Tripoli non porranno modifiche o abrogazioni, si prolungherà per altri tre anni.

Tra i firmatari della mozione c’è la segretaria del Pd Elly Schlein con i suoi parlamentari Orfini, Bakkali e Provenzano, per Italia Viva Boschi, poi Magi (+Europa) e Bonelli, Fratoianni, Ghirra, Zaratti di Avs. Chiedono lo stop dell’accordo, la chiusura dei centri di detenzione libici, l’istituzione di una missione civile di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, sul modello della passata Mare Nostrum, e un canale di ingressi umanitari dalla Libia. I pentastellati hanno scelto una vaga “terza via” sulle migrazioni, pur dichiarandosi contrari al memorandum: “Vogliamo un’Italia che difenda sicurezza e legalità senza rinunciare ai valori di umanità, giustizia e solidarietà”, ha detto la deputata 5s Ida Carmina alla Camera.

Il memorandum Italia-Libia è nato con l’obiettivo vago di “contrastare l’immigrazione irregolare e il traffico di esseri umani”. In sette anni, denunciano le organizzazioni presenti alla conferenza stampa, ha mostrato il suo vero intento iniziale: un meccanismo di respingimenti illegali e violazioni sistematiche dei diritti umani da parte della cosiddetta guardia costiera libica. Proprio Sea-Watch, impegnata nel soccorso nel Mediterraneo, ha presentato un report in cui documenta oltre 60 casi di violenza commessi dalle milizie libiche a partire dal 2016. Sparatorie, dirottamenti di navi ong, abbordaggi, ostacoli ai soccorsi, abbandono di migranti in mare. Negli ultimi mesi le violenze si sono intensificate: le motovedette donate dall’Italia hanno aperto il fuoco contro navi di ricerca e soccorso come le stesse Ocean Viking e Sea-Watch.

“Dal 2017 denunciamo attacchi contro chi salva vite”, spiega Valentina Brinis, portavoce delle ong che compongono la flotta civile di soccorso. “Queste non sono eccezioni: è la regola di un sistema criminale che l’Italia continua a finanziare”, ha continuato Brinis. “Un accordo che non ha nulla a che fare con la gestione dell’immigrazione, ma con l’esternalizzazione delle frontiere”, denuncia Filippo Miraglia, portavoce del Tavolo asilo e immigrazione (Tai). “Fin dall’inizio sapevamo che avrebbe prodotto morti e finanziato milizie e trafficanti”. “È un sistema di lager e compravendita di persone - continua Miraglia - denunciato da anni a livello nazionale e internazionale”. Il governo italiano finanzia le autorità libiche senza trasparenza su come i fondi sono usati.

Le voci più dure, comunque, arrivano dagli attivisti di Refugees in Libya. Come David Yambio, presidente della rete formata da vittime e testimoni delle violenze che si consumano lungo la rotta mediterranea: “Sono stato torturato da Almasri, che l’Italia continua a sostenere. Se le istituzioni tacciono, saremo noi a bussare porta a porta per raccontare cosa succede in Libia”. Durante tutta la settimana una coalizione di associazioni e ong, guidate da Refugees in Libya, ha organizzato una serie di mobilitazioni che culmineranno nella manifestazione di sabato 18 ottobre, convocata nel primo pomeriggio a Piazza Vidoni, dove si darà spazio ai testimoni diretti delle violenze libiche, con una richiesta chiara: “Nessun accordo con chi commette crimini contro l’umanità”.