di Tiziana Roselli
Il Dubbio, 16 maggio 2026
Il Tribunale di Trento ha emesso il 6 maggio 2026 una pronuncia destinata a fare rumore ben oltre i confini del Trentino. Quattro fratelli siriani (nati a Damasco, cresciuti a Trento dal 2018) si sono visti riconoscere la cittadinanza italiana che il Comune aveva negato loro in base a una circolare ministeriale. Il padre, rifugiato naturalizzato, era morto prima della sentenza. Il giudice Benedetto Sieff ha riconosciuto ugualmente la cittadinanza ai figli.
La famiglia era arrivata in Italia nel gennaio 2018 attraverso i corridoi umanitari. Nel luglio 2023 il padre avvia la naturalizzazione. Il decreto presidenziale porta la data del 24 marzo 2025 e il giorno dopo, supportata da Melting Pot, la famiglia chiede il prima possibile il giuramento. Per ragioni organizzative comunali, la cerimonia viene fissata solo al 5 giugno 2025, cioè dopo l’entrata in vigore della nuova legge sulla cittadinanza. A quel punto il Comune riconosce la cittadinanza ai due figli nati in Italia, ma la nega agli altri quattro, nati in Siria, pur residenti a Trento da sette anni. Stessa famiglia, stesso padre italiano, due destini giuridici diversi.
La riforma del 2025 (il decreto legge n. 36, convertito nella legge n. 74) nasce per frenare la trasmissione automatica della cittadinanza per discendenza a pronipoti di emigrati senza legame effettivo con l’Italia. Il nuovo articolo 3-bis della legge 91/1992 considera privo di cittadinanza chi è nato all’estero con altra nazionalità, salvo eccezioni legate alla residenza del genitore. Poiché la norma opera in deroga anche all’articolo 14, ovvero quello che riconosce automaticamente la cittadinanza ai figli minori conviventi di chi si naturalizza, il ministero dell’Interno, con due circolari del 2025, ha esteso le restrizioni pure ai figli dei naturalizzati. In pratica, il padre rifugiato non poteva trasmettere la cittadinanza ai figli nati all’estero se non era già residente in Italia due anni prima della loro nascita. Per chi arriva nel nostro Paese insieme ai figli, è una condizione strutturalmente impossibile.
Il Tribunale respinge la tesi degli attori secondo cui il caso andrebbe regolato dalla normativa precedente: la cittadinanza si acquista al momento del giuramento, avvenuto dopo la nuova legge. L’accoglimento arriva però su un piano diverso. Il Tribunale affronta infatti un nodo tecnico decisivo: quando si acquista la cittadinanza. La famiglia sosteneva che contasse la data del decreto presidenziale, precedente alla riforma, ma il giudice richiama una sentenza della Cassazione del 2020 e chiarisce che la cittadinanza nasce solo con il giuramento. È questo che fa ricadere il caso nella nuova normativa del 2025. Tuttavia, secondo il Tribunale, interpretare il nuovo articolo 3-bis come fanno le circolari del Viminale porterebbe alla “sostanziale abrogazione”. Il giudice Sieff osserva che la formulazione cardine del 3-bis, considerare taluno come se non avesse mai acquistato la cittadinanza, ha senso logico soltanto per la trasmissione per linea di sangue, dove è possibile retrodatare l’assenza di status alla nascita. Per chi si naturalizza, invece, la cittadinanza sorge in un preciso momento del presente. Non c’è nulla da proiettare nel passato.
A sostegno interviene la Corte costituzionale: la sentenza n. 63 del 2026, richiamata espressamente, qualifica il 3-bis come norma dal carattere correttivo, rivolta agli italo-discendenti con cittadinanza virtuale, attivabile senza limiti di tempo. La naturalizzazione è altra cosa. C’è poi il rilievo pratico, ossia applicare il 3-bis ai naturalizzati finirebbe per rendere quasi inapplicabile l’articolo 14, la stessa norma che la legge di conversione aveva appena rafforzato. Non si rafforza una norma e la si abroga contemporaneamente.
Il padre muore, i figli rimangono italiani - Nel corso del procedimento il padre si ammala e muore il 14 marzo 2026. Il Tribunale chiarisce che questo non incide sull’esito: la fattispecie si realizza istantaneamente al verificarsi delle condizioni, e quelle condizioni erano integrate al momento del giuramento. I quattro minori erano conviventi con il padre e residenti legalmente a Trento da oltre due anni. La cittadinanza va dunque riconosciuta. Le circolari ministeriali contestate hanno prodotto effetti su scala nazionale: migliaia di domande negate o sospese. Il ragionamento del Tribunale di Trento è fondato su criteri consolidati e avvalorato dalla Corte Costituzionale. Può diventare un orientamento giurisprudenziale capace di contrastare stabilmente la prassi restrittiva degli uffici pubblici.










