di Francesco Olivo
La Stampa, 11 aprile 2023
Lega in pressing. L’obiettivo è abolire la protezione speciale. Ma il governo teme il Quirinale. La destra vuole abolire la protezione speciale per i migranti, ma si dovrà accontentare, per il momento, di una stretta. Giorgia Meloni e Matteo Salvini sono d’accordo, ma probabilmente nemmeno stavolta riusciranno a tagliare del tutto questo status, che proprio i decreti sicurezza del leader della Lega avevano istituito e Luciana Lamorgese aveva allargato. Per stringere le maglie si dovrà allora ricorrere a un compromesso, che al momento ancora non è stato trovato. Le ipotesi a cui si lavora al Viminale sono: meno limitazioni alle procedure di espulsione per coloro che chiedono protezione per motivi di discriminazioni sessuali, di salute, per ricongiungimenti familiari, resteranno probabilmente le calamità naturali, ma a tempo limitato.
Il permesso di soggiorno per “protezione speciale” viene oggi concesso a chi non rientra nello status di rifugiato né nella cosiddetta protezione sussidiaria, prevista dall’Unione europea, ma che comunque viene considerato a rischio se rimpatriato. Secondo Lega e Fratelli d’Italia si tratta spesso di un escamotage utilizzato da chi non ha diritto a risiedere legalmente nel nostro Paese. Oggi una riunione al Viminale, alla presenza del ministro Matteo Piantedosi, dei sottosegretari e dei capigruppo di maggioranza dovrà trovare una soluzione che sulla carta non è semplice. Il tempo stringe, qualche ora dopo nella commissione Affari costituzionali del Senato si dovranno votare gli emendamenti al decreto votato dal Consiglio dei ministri straordinario celebrato un mese fa a Cutro. Il governo vorrebbe provare a fare una sintesi, presentando delle proposte di modifica concordate tra i partiti della maggioranza. Possibilmente con interventi chirurgici. Non sarà semplice, non tanto per le differenti strategie adottate, più aggressiva la Lega, più prudente Fratelli d’Italia, ma soprattutto per i molti paletti che già sono emersi prima che il decreto fosse pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Si tratta di modifiche tecniche che però hanno un risvolto politico notevole. Non è un mistero infatti, che prima di arrivare alla firma del Presidente della Repubblica, il Quirinale abbia avviato un’interlocuzione con Palazzo Chigi, al termine della quale il testo è uscito ammorbidito, soprattutto grazie all’intervento del sottosegretario Alfredo Mantovano. Il governo, quindi, vorrebbe evitare di aprire conflitti, anche con il mondo cattolico che non vede di buon occhio la linea dura sull’immigrazione, specie quella legale.
In parlamento, però, la Lega ha messo pressione sul governo, presentando oltre venti emendamenti per restringere al massimo le maglie della protezione speciale: “Anche tenuto conto della particolare rilevanza del flusso migratorio in atto”, ha spiegato Nicola Molteni, leghista e sottosegretario all’Interno. Uno stile aggressivo che non è piaciuto agli alleati, anche perché, spiega un membro del governo, “la pensiamo allo stesso modo ed è inutile forzare la mano”. Meloni stessa, in più occasioni ha ribadito la volontà di arrivare all’abolizione della protezione speciale: “La fattispecie si è allargata a dismisura, noi torniamo a restringerla, ma il nostro obiettivo è abolirla” aveva detto a Cutro la premier. La cancellazione andava fatta “in nome dell’europeismo” ha spiegato alla Camera lo scorso 22 marzo, rispondendo a un’interrogazione del Pd, con l’argomento che questo status non era previsto dall’ordinamento comunitario. Una tesi che viene respinta da alcuni giuristi: secondo il direttivo di Magistratura democratica, in realtà, 20 dei 27 Stati membri “prevedono ipotesi di protezione complementare”.









