di Giansandro Merli
Il Manifesto, 23 febbraio 2025
Rispetto ai centri d’oltre Adriatico il governo è a un bivio, ma entrambe le strade sembrano senza via d’uscita. Che fine ha fatto il decreto che avrebbe dovuto trasformare i centri albanesi in Cpr? Il governo ha lasciato trapelare la notizia due settimane fa, dando la cosa per fatta. Poi si sono rincorse le dichiarazioni dei Fratelli d’Italia e le indiscrezioni sugli uffici legislativi al lavoro per i dettagli. Mercoledì 12 il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha detto al parlamento che oltre Adriatico un Cpr c’è già e il suo “utilizzo non determinerà, o non determinerebbe, alcun costo aggiuntivo”. Quel condizionale, nascosto in un inciso, poteva sembrare superfluo ma era l’unico passaggio rilevante. Anche perché qualche ora dopo il vicepremier Antonio Tajani ha tagliato corto: “Albania? Non ne abbiamo ancora parlato”. Infatti nel Cdm di quattro giorni fa il decreto non s’è visto.
Sparate senza seguito e dichiarazioni contrastanti non sono un buon segno per quella che, in ambito migratorio, è la sfida decisiva per la premier Giorgia Meloni. “Funzioneranno, dovessi passarci ogni notte fino alla fine del governo”, aveva urlato dal palco di Atreju. Il decreto fantasma, però, mostra che la sicurezza sbandierata dal governo è solo di facciata. Trasformare i centri in Cpr per rinchiuderci gli “irregolari” già presenti in Italia snaturerebbe del tutto la funzione per cui sono stati pensati. Ovvero il trattenimento durante l’esame accelerato della domanda d’asilo dei richiedenti provenienti dai “paesi sicuri”, e mai approdati sul territorio nazionale, per rimpatriarli a tempo di record e produrre così un “effetto deterrenza” sulle nuove partenze.
Finora questo progetto si è scontrato con le decisioni dei giudici, che hanno disapplicato la normativa italiana perché in contrasto con quella europea oppure interrogato la Corte di giustizia Ue. Sarà questa ad avere l’ultima parola sul futuro dei centri in Albania. Martedì ci sarà l’udienza, entro la primavera è attesa la sentenza. Se però il governo valuta di cambiare tutto senza aspettarla significa che ha paura. Per dargli ragione la Corte dovrebbe stabilire che le attuali norme Ue permettono di considerare “sicuri” anche i paesi che non lo sono per intere categorie di persone. Non è impossibile, ma nemmeno probabile. Anche perché lo scorso autunno la stessa Corte ha escluso tale possibilità in presenza di eccezioni per porzioni di territorio.
Non deve andare per forza nello stesso modo, con il divieto tout court di definire “sicuri” paesi che presentano deroghe per gruppi sociali. Più probabile - in linea con le osservazioni depositate dalla Commissione Ue e la posizione espressa dalla Cassazione - che i giudici europei decidano che un paese non può essere considerato tale se le violazioni dei diritti umani riguardano categorie troppo estese di persone (Lgbt, oppositori, giornalisti, etc.). Non sarebbe una buona notizia per il governo italiano: in Bangladesh, Egitto e Tunisia i gruppi perseguitati sono tanti e consistenti. A quel punto nuove bocciature dei magistrati nazionali sarebbero dietro l’angolo.
Ma anche trasformare i centri albanesi nella Guantánamo italiana dove parcheggiare gli irregolari è tutt’altro che semplice. A parte le illogicità funzionali ed economiche, che però possono valer bene una photo opportunity con le strutture finalmente piene, resta un problema giuridico. In questa nuova veste Shengjin e Gjader diventerebbero i primi hub di espulsioni da paesi terzi, ipotesi su cui convergono molti governi Ue ma che al momento è illegale: va riscritta la direttiva rimpatri. Le istituzioni europee sono al lavoro ma ci vorranno mesi, se non anni. Sull’Albania il governo è a un bivio ma entrambe le strade sembrano senza via d’uscita fin quando non cambia il diritto Ue. L’alternativa per Meloni sarebbe forzarlo, cavalcando l’onda del trumpismo. Anche in ambito migratorio dovrà presto decidere da che parte stare.











