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di Alessandra Ziniti


La Repubblica, 8 agosto 2020

 

I test sierologici si sono rivelati inaffidabili, il ministero cambia il protocollo medico. Per la quarantena in arrivo una seconda nave in Calabria, pronta la tendopoli in Sicilia. La caserma Serena a Treviso più che un focolaio è un rogo: 246 contagiati su 281. Ancora migranti positivi in fuga, questa volta dal centro di Ferrandina a Matera, ospiti e operatori di una struttura a Pergusa blindati dentro dopo sei tamponi positivi, il governatore dell'Abruzzo Marsilio che presenta un esposto-denuncia in procura, quello della Basilicata Bardi che chiude le porte ai richiedenti asilo. E i numeri che certificano la nuova impennata di contagi, un terzo dei quali riconducibili a focolai in centri di accoglienza, con gli amministratori di centrodestra pronti a cavalcare l'emergenza.

Il Viminale rafforza il suo piano: arriva una seconda nave per la quarantena che dalla prossima settimana stazionerà davanti alle coste della Calabria e si mette a punto la prima delle due tendopoli da 300 posti, quella di Vizzini, nel Catanese, pronta ad essere utilizzata (solo per i 14 giorni necessari) se le navi quarantena fossero piene. Potrebbe accadere già dai prossimi giorni: la Azzurra (che ieri ha preso a bordo altri 350 migranti dall'hotspot di Lampedusa) è già alla sua capienza massima di 700, 12 dei quali risultati positivi e isolati in un ponte "zona rossa". Per le prossime due settimane la nave non potrà più ospitare nessuno, il mare mosso per ora ha fermato gli sbarchi ma se dovessero arrivare di nuovo a centinaia potrebbero essere dirottati nella tendopoli.

Ma soprattutto si punta a cambiare il protocollo sanitario, prevedendo con una apposita convenzione con la Regione siciliana, tamponi subito per tutti i migranti che sbarcano e non soltanto i test sierologici che si sono dimostrati poco affidabili anche perché hanno un periodo finestra di dieci giorni. Decine di migranti provenienti dall'hotspot di Lampedusa con un certificato di negatività al test sierologico sono poi risultati positivi al tampone nelle strutture di accoglienza delle diverse regioni d'Italia in cui nel frattempo erano stati redistribuiti moltiplicando i contagi tra gli ospiti dei centri.

È così che si sono accesi tanti nuovi focolai che hanno fatto schizzare l'Rt (l'indice di contagio) in regioni come la Sicilia, la Basilicata, l'Abruzzo fino a qualche settimana fa con pochissimi casi e che ora temono anche un danno di immagine per quel che resta della stagione turistica. Oltre alla paura che il contagio esca da quei centri da cui in tanti riescono a fuggire creando allarme nella popolazione. "Da quei centri non deve uscire nessuno. Tamponeremo gli ospiti ogni settimana", assicura il governatore veneto Zaia.

I test sierologici, dunque, non bastano ma l'effettuazione dei tamponi è a carico del servizio sanitario locale e le Asl dei porti di sbarco dovrebbero sopportarne tutto il peso. A Lampedusa la Regione siciliana ha fatto arrivare un'attrezzatura per analizzare i tamponi in loco e la strada individuata dal Viminale è quella di utilizzarla per testare con sicurezza lo stato di salute di tutti i migranti prima di redistribuirli.

"Stiamo lavorando per cercare strutture sicure per la quarantena da dove i migranti non possono allontanarsi. Dalle navi e dalle tendopoli, che non saranno assolutamente utilizzate per accoglienza stanziale, non esce nessuno - spiegano al Viminale - Non è facile trovare altri siti anche perché molti amministratori locali oppongono un rifiuto alle richieste di mettere a disposizione strutture giudicate adeguate".

La Sicilia, chiamata a sostenere il peso maggiore, chiede un protocollo sanitario. "Questo caos - dice l'assessore alla Salute Razza- è frutto delle indecisioni di chi a Roma sarebbe chiamato a decidere, ma che ad oggi non ha ancora definito un protocollo sanitario per la gestione dei migranti. La Regione sta agendo ben oltre le proprie competenze ma la situazione è insostenibile". Non esistono vere e proprie linee guide per la gestione dell'accoglienza. Nei centri ad ogni nuovo positivo si ricomincia la quarantena. Dall'Arci arriva una proposta: utilizzare i 5.000 posti vuoti nel circuito dell'accoglienza diffusa. "Mandare le persone nei grandi centri significa creare nuovi focolai - osserva Filippo Miraglia - in appartamenti con poche persone, seguiti da operatori specializzati e mediatori, la gestione sarebbe molto più controllata".