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di Giuseppe Guastella

Corriere della Sera, 10 febbraio 2025

L’ex magistrato, ora in pensione, già giudice e vicepresidente della Corte penale internazionale dell’Aia, accusa ex colleghi e politici di aver causato “un danno incalcolabile alla giustizia nazionale e internazionale, al governo e alla credibilità dell’Italia”. Ha un’idea precisa di cosa sia accaduto nell’arresto e nel rilascio del libico Almasri e, da par suo, Cuno Tarfusser non fa sconti né agli ex colleghi magistrati (ora è in pensione) né ai politici, accusando tutti di aver affrontato il caso con “fretta, incompetenza, opacità e disinformazione che hanno causato un danno incalcolabile alla giustizia nazionale e internazionale, al governo e alla credibilità dell’Italia”.

Gli 11 anni da giudice della Corte penale internazionale dell’Aia, di cui è stato vicepresidente, fanno di Tarfusser uno dei giuristi italiani più esperti nel funzionamento dell’organismo dell’Aia. Prima di tutto, ricorda che lo Statuto di Roma, con il quale nel ‘98 nacque la Corte, “fa parte dell’ordinamento giuridico italiano e va applicato”. Poi, a coloro che parlano di complotto internazionale per mettere in imbarazzo l’Italia, assicura che non c’è stata “nessuna stranezza nella tempistica”. Sono stati necessari i tempi tecnici prima che, dopo che il 6 gennaio Almasri era stato segnalato in Europa, la Corte il 18 gennaio trasmettesse il mandato di arresto a 6 Paesi, tra cui l’Italia. Quando il 19 gennaio la Digos di Torino allertata dall’Interpol lo arresta, per Tarfusser, la Procura generale di Roma avrebbe dovuto chiedere che il generale fosse sottoposto a custodia cautelare alla Corte d’Appello, che avrebbe dovuto disporre o negare la sua consegna alla Cpi. Invece, il pg ha chiesto all’Appello di far decadere l’arresto perché “non preceduto dalle interlocuzioni con il ministro della Giustizia” che “non ha fatto pervenire nessuna richiesta”, decisione che i giudici “hanno incredibilmente accolto”, rileva Tarfusser, e in 48 ore Almasri è stato rispedito in patria.

“È evidente come all’origine di questo assurdo cortocircuito - dice - c’è una magistratura che si è comportata con ubbidienza precipitosa nei confronti del potere politico, con buona pace dell’autonomia e dell’indipendenza che vengono rivendicate solo quando fa comodo”, e certamente non in base alla legge che obbliga alla cooperazione con la Cpi. Si è in questo modo “salvato dal giusto processo un presunto criminale”, causando un danno difficilmente riparabile, perché d’ora in poi “questa assurda interpretazione non permetterà l’esecuzione di nessun mandato di arresto della Cpi sul territorio italiano. Né oggi, né mai. Uno scempio delle norme insomma”. Invece “di seguire la strada della legge, della logica, del buon senso e della trasparenza, si è scelto di precipitare nel caos e nel disastro giudiziario e politico”, conclude.