di Mauro Bazzucchi
Il Dubbio, 25 settembre 2026
Via libera al provvedimento che vieta il burqa e niqab negli istituti e introduce corsi di italiano per i genitori. Approvato anche il dl sulla giustizia in merito ai procedimenti connessi alla criminalità organizzata che coinvolgono minorenni. Alla fine il tetto sugli stranieri è arrivato, ma con una serie di valvole di sicurezza che rendono il provvedimento assai meno granitico di come Giorgia Meloni lo aveva presentato domenica dal palco di Fenix. Il Consiglio dei ministri ha approvato il dl sulla scuola che fissa al 30 per cento il limite degli studenti stranieri con difficoltà linguistiche nelle classi iniziali, vieta burqa e niqab negli istituti e introduce corsi di italiano per i genitori. Ma il testo uscito da Palazzo Chigi porta anche il segno delle interlocuzioni degli ultimi giorni con il Quirinale: il limite non sarà assoluto, non riguarderà indistintamente tutti gli alunni con cittadinanza non italiana e, soprattutto, potrà essere derogato quando la realtà del territorio renda impossibile rispettarlo senza comprimere il diritto allo studio.
E’ questo il punto politicamente più significativo dopo una settimana segnata dallo scontro tra la premier e Sergio Mattarella. Domenica Meloni aveva annunciato una norma sul “numero massimo di studenti stranieri in classe”, sostenendo che “i bambini italiani non possono sentirsi minoranza”. Il giorno dopo, inaugurando l’anno scolastico ad Amatrice, il capo dello Stato aveva ricordato l’articolo 34 della Costituzione - “La scuola è aperta a tutti” - e indicato nell’istruzione la leva più efficace per integrare chi arriva da altri Paesi. Parole che, dopo l’annuncio di Fenix, erano inevitabilmente suonate come un paletto. Una correzione sostanziale, dunque, rispetto alla durezza dell’annuncio.
Meloni aveva reagito rivendicando la propria scelta e chiamando direttamente in causa Mattarella: quando era ministro dell’Istruzione, tra il 1989 e il 1990, aveva firmato circolari che invitavano a evitare la concentrazione degli studenti stranieri nelle stesse classi. Le opposizioni avevano parlato di “provocazione”. Il Quirinale non aveva replicato, ma nel frattempo tra gli uffici del Colle, Palazzo Chigi e il ministero dell’Istruzione è proseguito il lavoro sul decreto. Con una bussola: costruire norme applicabili e compatibili con il diritto costituzionale all’istruzione. Il risultato si vede nella formulazione approvata.
Dal prossimo anno scolastico, nelle prime classi della primaria non potranno superare il 30 per cento gli alunni con cittadinanza non italiana che non siano nati in Italia o non abbiano frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia. Alle medie e alle superiori il limite riguarderà invece gli studenti con cittadinanza non italiana che non abbiano frequentato con esito positivo per almeno tre anni il sistema nazionale di istruzione. Dunque non basta il passaporto straniero per rientrare nel conteggio: il criterio punta a individuare chi non abbia ancora maturato una sufficiente integrazione linguistica. E soprattutto il 30 per cento non funzionerà come una tagliola. Se il numero delle iscrizioni renderà impossibile rispettarlo, gli uffici scolastici territoriali, d’intesa con i dirigenti, dovranno tentare una distribuzione più equilibrata tra gli istituti vicini. Ma dovranno farlo rispettando il principio di prossimità, il domicilio dello studente e le esigenze familiari. Dove neppure questa redistribuzione sarà praticabile scatteranno le deroghe. È, in sostanza, quell’”ove possibile” che ha accompagnato le interlocuzioni con il Colle e che impedisce alla soglia numerica di trasformarsi in un ostacolo all’accesso alla scuola.
Il governo affianca al meccanismo un potenziamento dell’insegnamento dell’italiano, con oltre 14 milioni destinati a corsi personalizzati. Previsti anche corsi di lingua per i genitori di studenti stranieri che presentino particolari difficoltà di apprendimento o di comportamento. E proprio su questo punto c’è stato un piccolo giallo, perché in una bozza circolata prima della riunione dell’esecutivo si prevedeva anche l’allontanamento dei minori dai genitori che avessero rifiutato di imparare l’italiano. Ipotesi smentita in conferenza stampa dal ministro, che ha parlato solo di multe.
Resta poi il divieto di indossare a scuola burqa e niqab. Il dl introduce dunque criteri selettivi, eccezioni, prossimità territoriale. Non cancella la stretta voluta dalla premier, ma la incardina dentro una rete di garanzie che rende assai più difficile applicarla come automatismo. Ed è proprio su questo terreno che il richiamo di Mattarella a una scuola ha finito per pesare nella scrittura finale, anche si sui social Meloni ha rivendicato il merito di aver approvato un provvedimento che aiuta a “integrare davvero” e a non creare “classi ghetto”, replicando indirettamente al capo dello Stato.
Nella stessa riunione il Consiglio dei ministri ha approvato anche il decreto legge sulla giustizia che interviene sui procedimenti connessi alla criminalità organizzata che coinvolgono minorenni. La novità consente al procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo di esercitare le proprie prerogative di impulso e coordinamento anche quando le indagini riguardano minori, rafforzando il raccordo tra la Direzione nazionale antimafia, le procure distrettuali e gli uffici giudiziari minorili. Un intervento che punta a evitare zone d’ombra nei procedimenti in cui la tutela del ragazzo si intreccia con la necessità di ricostruire condizionamenti delle organizzazioni criminali. Anche questo provvedimento non mancherà di suscitare un dibattito, perché a detta di alcuni giuristi se la norma, da sola, non equipara i ragazzi ai mafiosi, letta insieme al decreto Caivano e al ddl sull’imputabilità dei minori, confermerebbe però uno spostamento del baricentro della giustizia minorile dall’educazione alla repressione.









