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di Paolo Delgado

Il Dubbio, 20 febbraio 2026

Giorgia Meloni, si sa, aveva apprezzato pochissimo l’affondo incontinente del ministro Nordio contro il Csm. È una politica di lungo corso: sapeva perfettamente quanto l’incauto Guardasigilli avesse esposto il fianco con quella sortita che aveva oltretutto anche il demerito di oscurare le parole altrettanto fuori luogo di Gratteri. Eppure, dopo il monito molto severo e drastico del capo dello Stato di fronte al Plenum del Csm, è stata proprio lei, non il genuflesso Nordio, a tornare immediatamente alla carica sparando ad alzo zero sui magistrati, rei di aver ordinato un risarcimento alla Sea Watch.

Certo, la premier non ha parlato di referendum e non lo farà. Il Consiglio di guerra di palazzo Chigi ha messo a punto questa strategia che dovrebbe permettere a Giorgia di entrare nella lizza referendaria con la scimitarra sguainata però senza dirlo apertamente, per depotenziare, ammesso che sia possibile, la ricaduta di un’eventuale sconfitta sul suo governo. Meloni attacca e continuerà ad attaccare i magistrati ma senza citare il referendum. Ma la scelta di sferrare un nuovo colpo subito dopo il discorso di Mattarella è inequivocabile. Nessuna tregua. Nessun abbassamento dei toni. À la guerre comme à la guerre.

Ma i giochi di prestigio pesano sino a un certo punto. L’esito del referendum siglerà la vittoria o la sconfitta di Giorgia Meloni, non della riforma o del ministro che la ha partorita. Dunque la premier non solo vuole ma deve vincere e ha scelto di giocare le carte che hanno negli ultimi anni garantito mani vincenti una dopo l’altra alla destra in tutto l’Occidente: l’immigrazione più di ogni altra e subito dopo il securitarismo.

C’è una distanza abissale tra l’impostazione di Nordio e quella di Giorgia Meloni. Il ministro parla di una riforma della magistratura e fa capire al di là di ogni possibile dubbio che l’obiettivo di quella riforma è anche, anzi probabilmente è soprattutto, “rimettere a posto” il potere togato, frenare una sua invadenza che ha segnato profondamente la storia italiana negli ultimi decenni. È il potere della magistratura che Nordio vuole limitare, senza preoccuparsi se si tratti di magistrati rossi, neri o a pallini.

Meloni no. Lei tira sempre e solo su quelle che un tempo venivano definite “toghe rosse”, cioè sui magistrati che interpretano le leggi in senso “progressista” e le usano per frenare le campagne più spietate del governo di destra contro l’immigrazione clandestina e quelle più forcaiole sulla sicurezza. Non denuncia le invasioni di campo del potere togato come fa invece, sia pur non sempre lucidamente, Nordio. Mette all’indice “una certa magistratura”, come definisce quella secondo lei “di sinistra” e chiede ai suoi elettori, molto meno motivati di quelli del No, di mobilitarsi per qualcosa che sentono e possono capire al volo: il muro contro gli immigrati, la tolleranza zero sulla sicurezza.

Poco importa che con il merito della riforma tutto questo non c’entri assolutamente niente. L’importante è motivare quell’elettorato e spingerlo a votare, perché in caso contrario la sconfitta sarebbe probabile. È una strategia azzardata. Facilita il gioco del No che ha da subito cercato di spostare lo scontro dal piano della riforma a quello della politica in generale, non risparmiando iperboli. In ballo non c’è una riforma della magistratura, che sembra interessare solo a Gratteri figura in questo e non solo in questo speculare a Nordio: c’è il futuro della democrazia italiana.

Uno scontro slittato su questo piano inclinato mette in enorme difficoltà quell’elettorato di centrosinistra, minoritario ma tutt’altro che insignificante, che sarebbe favorevole alla riforma. Per buona parte di quell’elettorato votare a favore della separazione delle carriere con la posta in gioco lievitata così tanto e così indebitamente e con la torsione di significato che ha già impresso la premier sarà molto difficile.

Qualcuno, magari dopo aver sostenuto per decenni la necessità di separare le carriere, voterà No con il naso turato. Qualcuno, non sentendosela, si asterrà e sarà comunque un voto sottratto al Sì. Messe così le cose sembrerebbe una strategia fallimentare. Lo diventa però molto di meno se si considera quanto determinante sia per una larghissima parte dell’elettorato il chiodo fisso dell’emigrazione.

La commessa di Giorgia Meloni è semplice: molti elettori di destra che non sentirebbero alcun bisogno di uscire da casa per riformare la magistratura lo faranno se penseranno che il loro è un voto non per la riforma ma per i confini blindati e il pugno di ferro soprattutto contro la microcriminalità. Non è detto che sia una scommessa vinta in partenza. Ma di certo non è nemmeno già persa.