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di Luigi Manconi


La Stampa, 18 ottobre 2019

 

A quanti arrivano in Italia e chiedono asilo lo Stato nei centri di accoglienza offre solo vitto e alloggio e nessuna possibilità di relazione positiva col territorio e con i suoi abitanti. Sono diminuiti gli sbarchi, si dice, ed è vero. Ed è altrettanto vero che, rispetto al minore numero di quanti arrivano sulle nostre coste, è cresciuta la percentuale dei morti. Ma dove e come collocare, all'interno di questa macabra contabilità, quelle donne rimaste imprigionate nel relitto ritrovato a 60 metri di profondità nel Mediterraneo, a sei miglia da Lampedusa?

E come calcolare - sotto quale voce delle statistiche - il bambino che annega abbracciato alla madre? Se questi sono i sommersi, i salvati, coloro che giungono in Italia, non finiscono certo di penare. Il quadro politico italiano ed europeo rivela qualche esile segnale di novità. Il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese ha fatto sapere di voler "avviare un confronto con le Ong impegnate in operazioni di soccorso in mare".

Poche parole, pronunciate con sobrietà e quasi incidentalmente (si tratta pur sempre di un prefetto), all'interno di un'intervista rilasciata al Corriere della Sera qualche giorno fa. Ma se quell'intenzione avesse un seguito concreto, sarebbe qualcosa di simile a un capovolgimento, su un punto cruciale, della politica per l'immigrazione perseguita dal precedente capo del Viminale.

Le Ong, definite "criminali" da Matteo Salvini e, non dimentichiamolo, "taxi del mare" da Di Maio, diventerebbero - come vogliono il buon senso e l'intelligenza politica - interlocutori delle nostre istituzioni, in un'impresa fondamentale quale è la salvezza di vite umane. Sarebbe un bene per tutti, per i naufraghi in primo luogo, ma anche per quelle stesse istituzioni. Ancor prima, c'è la possibilità di modificare significativamente e rapidamente la strategia del precedente governo che già si è rivelata, oltre che velleitaria e impotente (per quanto riguarda, in particolare, i rapporti con l'Ue), drammaticamente autolesionista.

L'atto politico più pericoloso contro la sicurezza pubblica, tra i molti compiuti dall'ex ministro dell'Interno Salvini, è stato anche il più subdolo: ovvero il drastico ridimensionamento del sistema di accoglienza per i profughi, lo Sprar (Sistema per la protezione di richiedenti asilo e rifugiati), ora riservato ai soli rifugiati e ai minori, con l'esclusione dei richiedenti asilo, che costituivano la maggior parte delle persone in accoglienza.

Lo Sprar ha rappresentato una strategia saggia e lungimirante, che ha sottratto i profughi ai grandi centri, desolati e alienanti, e li ha distribuiti in piccole aggregazioni, diffuse sull'intero territorio nazionale, in una percentuale rispetto al numero dei residenti che non suscitasse allarmi sociali e conflitti inter-etnici.

Un modello di progressiva inclusione degli stranieri nel sistema della cittadinanza, al quale i decreti sicurezza voluti da Matteo Salvini hanno inferto un colpo micidiale. Ricordate la velenosa campagna sui "35 euro regalati agli immigrati"? E avete presente quale solco di rancore ha potuto scavare tra questi ultimi e gli strati più deboli della società italiana? Si trattava, va da sé, di una menzogna: dei 35 euro quotidiani a persona, allo straniero andavano 2,50 euro (spesso in generi, come sigarette e schede telefoniche).

Il resto serviva a finanziare i servizi di accoglienza e di assistenza e a retribuire gli operatori (nella stragrande maggioranza italiani e spesso assai competenti). Un anno fa, una circolare del ministro dell'Interno ha riscritto completamente il capitolato delle gare d'appalto per la fornitura dei beni e servizi per i centri di accoglienza, rivedendo al ribasso gli stanziamenti, tagliando una serie di servizi ritenuti inutili e riducendo al minimo le figure professionali, e il numero degli operatori, dissipando così una risorsa preziosa per il gracile sistema di welfare del nostro Paese. A quanti arrivano in Italia e chiedono asilo, oggi lo Stato nei centri di accoglienza offre solo vitto e alloggio e nessuna possibilità di relazione positiva col territorio e con i suoi abitanti. Eppure, tutti, ma proprio tutti, coloro che si interessano di flussi migratori, compresi quanti lo fanno da posizioni di destra, sanno che l'apprendimento della lingua e di capacità professionali è lo strumento irrinunciabile al fine di garantire la convivenza pacifica tra residenti e stranieri.

Col primo decreto sicurezza, questa opportunità viene semplicemente azzerata, con quali conseguenze per l'ordine pubblico è facile intuire, dal momento che quella misura finisce col consegnare alla marginalità molte migliaia di persone. Intanto quegli scandalosi 35 euro si sono ridotti nei nuovi bandi a cifre oscillanti tra i 19 e i 26 euro, e gli effetti sociali sono già sotto gli occhi di chi voglia vederli.

È qui che può intervenire il ministro Lamorgese: con un decreto ministeriale potrebbe ripristinare, nello schema di capitolato, i servizi tagliati un anno fa. E magari rinforzarli proprio per quanto riguarda la formazione professionale e l'apprendimento della lingua e degli elementi essenziali della cultura, della storia e della legislazione del nostro Paese.

Inoltre, il ministro potrebbe riprendere il Piano nazionale per l'integrazione che per legge andrebbe rivisto ogni due anni: un piano perfettamente in linea con quanto previsto dalle agende europee. Sono scelte che potrebbero essere fatte immediatamente e che non richiederebbero i tempi lunghi di una pur sacrosanta e indispensabile revisione delle normative sulla sicurezza. E, soprattutto, rappresenterebbero quel segnale di discontinuità che in tanti ancora attendono da questo governo.