di Luigi Manconi
La Stampa, 19 aprile 2021
La "pazienza di Giobbe" è un'espressione che non si ritrova quasi più nel discorso pubblico, e sembra scomparsa anche dalla conversazione domestica: dileguatasi forse perché intimidita dalle tonalità a dir poco spazientite, quando non rabbiose, che accompagnano, ormai abitualmente, sia la discussione politica sia le relazioni interpersonali.
Eppure, la figura di Giobbe, così come la sua vicenda e la sua lezione, appaiono tuttora dotate di una rara potenza e di una tenace attualità. Salvatore Mannuzzu, grande scrittore morale, deceduto un anno e mezzo fa, vi rintracciava l'idea di un essere umano che "protesta il suo dolore" e questa "è la sua vera forza"; e concludeva: "Giobbe è il suo dolore" (così in Giobbe, il dolore e il desiderio, edito da Della Torre nel 2007).
Anche per Amir Labbaf, del quale qui si racconterà la storia, si può dire che la sua identità è la sua stessa sventura. Accade, talvolta, di formulare un simile ingiusto pensiero di fronte a storie di sconfinata sofferenza, che oggi maggiormente ci turbano: e non perché più frequenti, bensì in quanto più agevolmente e immediatamente conoscibili. Per capirci, l'incendio nel campo profughi di Lipa, nei pressi della città bosniaca di Bihac, ci viene ammannito all'ora di cena, dopo l'aperitivo nel terrazzo condominiale ("Sai, c'è il coprifuoco") e prima della partita dell'Europa League. "Designare un inferno non significa, ovviamente, dirci come liberare la gente da quell'inferno, come moderarne le fiamme": così Susan Sontag in un magnifico saggio, Davanti al dolore degli altri (appena ripubblicato da Nottetempo).
Non c'è da fare, su questo, alcun moralismo: l'assuefazione alla mediatizzazione della sofferenza riguarda tutti, e porvi rimedio è fatica improba. È necessario, piuttosto, sapere e dirsi che la promiscuità con l'orrore come con qualcosa di ordinario e familiare è tale da mitridatizzarci.
Poi, ci sono le storie di vita, i corpi in carne e ossa che corrispondono a nomi e cognomi, le avventure umane che richiamano biografie e geografie, date di nascita, mappe di naufragi, di centri di detenzione, caserme, ospedali e carceri: e tutto ciò introduce in quel processo di immunizzazione possibili fattori di rottura. Andiamo a Trieste, per esempio, in un ambulatorio improvvisato (ma attivo da molto tempo), nei pressi della stazione ferroviaria.
Qui, nell'anno di grazia 2021, vengono disinfettate e ricucite le ferite ai piedi, sanate le infezioni, e curate le piaghe sulle piante di chi si trascina fin là. Questo avviene grazie all'attività di una coppia, Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi e ai medici e agli infermieri di StradaSiCura. E i piedi sono di coloro che - appunto, senza scarpe o con calzature disastrate o di fortuna - hanno percorso centinaia di chilometri per arrivare in Italia. In altre parole, migliaia di arti inferiori che hanno raggiunto faticosamente il nostro Paese, tormentati da un percorso che taglia i boschi e affonda nella neve, per cercare infine un qualche sollievo nella cura di quei volontari e poi, spesso, riprendere il cammino.
Può accadere, così, di avvertire la tentazione di formulare una malinconica classifica delle pene e dei patimenti, una gerarchia delle vittime, pensando a qualcuno come l'ultimo tra gli ultimi. È una sensazione, evidentemente, errata e perfino futile. Ma è difficile non provarla quando si ascoltano, in particolare, le storie di profughi che, proprio perché tali, portano lo strazio del proprio corpo e del proprio animo lungo le vie del mondo.
Come è il caso di Amir Labbaf, nato il 23 settembre 1979, a Qom, in Iran. Nel suo Paese Amir si batteva per i diritti della minoranza religiosa Gonabadi Dervish. Per questo motivo, in quattordici anni, è stato perseguitato, imprigionato e torturato otto volte. Nel 2018 riesce a fuggire, costretto a lasciare in Iran i suoi quattro figli. Il primo Paese a negargli l'asilo politico è la Turchia, dove Amir rimarrà fino a quando non potrà raggiungere l'isola di Lesbo, con altri compagni, su un gommone. In Grecia resta nove mesi, recluso nel campo di Moira.
Una volta fuggito da qui, raggiunge Atene dove sopravvive lavorando per tre mesi nei frutteti. Con i soldi risparmiati attraversa numerosi Paesi nel tentativo di presentare la richiesta di asilo politico. Dall'Albania al Montenegro, dalla Croazia alla Bosnia, dove si trova tuttora. In Croazia è stato lui stesso a consegnarsi alle forze di polizia, ma queste, anziché verificare la validità della richiesta di asilo, lo hanno espulso in Bosnia. Da qui ha provato un altro "game" - così è chiamato il tentativo di attraversare i confini - per arrivare in Slovenia. È in questa occasione che, costeggiando i boschi, per evitare una macchina, ha finito con il precipitare in un avvallamento riportando una grave lesione alla spina dorsale, che lo ha semiparalizzato.
Impossibilitato a muoversi, è stato salvato da alcuni profughi pakistani che, accortisi dell'accaduto, hanno chiamato la polizia. La conseguenza è stata che i pakistani sono stati arrestati e Amir è stato ricoverato in un ospedale croato. Il giorno dopo, il 29 giugno 2019, la polizia lo ha prelevato e lo ha abbandonato nella foresta di Velika Kladusa, ai confini della Bosnia, dopo averlo picchiato, privato di acqua e cibo e del farmaco per le crisi asmatiche.
Amir resta nella foresta, praticamente nudo e solo dopo ventiquattr'ore, strisciando sul terreno, riuscirà a raggiungere la strada più vicina. Qui un camionista lo soccorrerà e lo accompagnerà fino al campo di Bihac. Da qui a un altro centro, quello di Ostrozac, in mezzo alle montagne bosniache. Ora si trova a Sarajevo su una sedia a rotelle. Lo scorso 28 febbraio ha iniziato lo sciopero della fame (concluso 1'8 aprile); quattro giorni dopo, quello dei farmaci. I123 marzo ha presentato la richiesta di visto presso l'Ambasciata italiana di Sarajevo. Difficile prevedere se quella domanda verrà accolta e quando. Ciò che serve - viene da dire, come il pane e le scarpe - è un vero e proprio corridoio sanitario.
Un percorso umanitario protetto per le persone particolarmente vulnerabili. Un salvacondotto speciale, ottenuto presso le sedi diplomatiche di quella regione. L'Ambasciata italiana a Sarajevo e il suo titolare, Nicola Minasi, mostrano grande disponibilità e intelligenza. Ma manca la volontà politica da parte dell'Italia e ancor più dell'Europa. Tanto più che, non dimentichiamolo, quanto qui raccontato si svolge, in gran parte, all'interno di una regione dell'Unione Europea, alla quale appartengono Slovenia e Croazia.
Finora non si è mossa foglia e i tre europarlamentari italiani che più si sono impegnati su questo fronte, Alessandra Moretti, Pierfrancesco Majorino e Pietro Bartolo - insieme con Croce Rossa, Ipsia e Caritas - devono misurarsi con le lentezze e le resistenze di macchine politico-burocratiche torpide e sorde. Sarebbe dunque necessaria e urgente una decisione politica da parte dei nostri ministeri dell'Interno e degli Esteri.
Affinché le tragedie di Amir Labbaff e di tanti come lui non siano ridotte a immagini del consumo quotidiano della pornografia del dolore. "Non soffrire a causa di queste immagini, non indietreggiare inorriditi dinanzi a esse, non sforzarsi di abolire ciò che provoca una simile devastazione, una simile carneficina - queste sarebbero le reazioni di un mostro, dice Virginia Woolf", citata da Sontag in quel saggio. La conclusione di quest'ultima è condivisibile: se ci limitassimo a questo sentimento, non saremmo riusciti "a fare nostra questa realtà".











