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di Gianfranco Schiavone

L’Unità, 29 gennaio 2026

Non c’è altro modo per superare le gravi e costanti violazioni dei diritti, il degrado strutturale e la radicale inefficacia di questi centri. Sono istituzioni totali, come i manicomi, e la sola strada è chiuderli. Il rapporto “CPR d’Italia. Istituzioni totali” pubblicato il 28 gennaio 2026 a cura del Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI) prosegue il lavoro iniziato con il rapporto redatto nel 2024 ponendosi in continuità con oltre vent’anni di inchieste sui luoghi della detenzione amministrativa. Non deve infatti sorprendere che tutti i rapporti, da quelli redatti in ambito accademico fino a quelli delle associazioni e dei movimenti sociali, presentano una larga convergenza di contenuti, anche al di là dei linguaggi utilizzati, riconoscendo sempre che i CPR non rappresentano una distorsione accidentale di un sistema di esecuzione coattiva delle espulsioni comunque necessario a tutelare primari interessi pubblici, né il frutto di singole cattive gestioni, bensì rappresentano un’aberrazione strutturale.

Nel corso del 2025 le delegazioni hanno effettuato visite in dieci CPR sul territorio nazionale, rispetto agli otto monitorati nell’anno precedente: Bari-Palese, Brindisi-Restinco, Caltanissetta-Pian del Lago, Gradisca d’Isonzo (GO), Macomer (NU), Milano-Via Corelli, Palazzo San Gervasio (PZ), Roma-Ponte Galeria, Torino-Corso Brunelleschi, Trapani-Milo. Le persone che hanno accompagnato i rappresentanti istituzionali sono state individuate tra operatori con competenze specifiche in ambito sanitario, compresa la salute mentale, e con competenze giuridiche nel diritto dell’immigrazione, oltre a mediatori linguistico-culturali.

Ciò, unitamente a una metodologia rigorosa nella raccolta ed analisi dei dati adottata durante tutte le visite, e alla scelta di visite a sorpresa, ha permesso di fare un salto di qualità rispetto ai rapporti di monitoraggio precedenti. È stato raccolto un numero maggiore di informazioni e con maggior livello di precisione, ottenendo così un quadro più ampio e puntuale delle reali condizioni nei centri e del rispetto dei diritti delle persone trattenute. Le visite di monitoraggio sono state coordinate, ove possibile, con il viaggio di Marco Cavallo promosso dal Forum per la Salute Mentale in un percorso che ha unito il lavoro di osservazione dei CPR a una mobilitazione pubblica e simbolica all’esterno di questi luoghi.

La prima problematica di fondo emersa dal lavoro di monitoraggio è l’eccezionale livello di opacità di tali luoghi. Nonostante visite accurate e la presentazione di legittime richieste di accesso documentale con richiesta di dati anche successivamente alla visita, molte informazioni non sono state fornite dall’Amministrazione e dagli enti gestori dei centri. Inoltre si sono registrate spesso resistenze all’accesso delle delegazioni. Nei CPR di Bari e Macomer gli esperti del TAI si sono visti negare l’ingresso sulla base delle disposizioni diramate dal Ministero dell’Interno con una circolare di aprile 2025, secondo la quale possono accedere ai CPR con funzioni di accompagnamento dei parlamentari e dei consiglieri regionali solo “soggetti che seguono la personalità in quanto funzionalmente incardinati nel loro ufficio”. Secondo le medesime disposizioni ministeriali, l’accesso stesso da parte dei parlamentari “deve limitarsi a una visita, essendo riservato un ruolo ispettivo ai soli Garanti in base alle attribuzioni conferite dal loro incarico”. In altre parole la visita deve essere più o meno di cortesia. Si tratta, come è evidente, di limitazioni illegittime e infondate, prive di base giuridica, che hanno come unica finalità di ostacolare e/o impedire gli accessi ai CPR da parte di soggetti in grado di fornire ai rappresentanti politici le competenze necessarie per lo svolgimento di visite dei CPR efficaci ed effettive (si pensi alla lettura di documentazione medica o ai profili legali). Ostacolare la conoscibilità di quanto accade nei CPR appare dunque essere il primo obiettivo dell’Amministrazione centrale dell’Interno.

La seconda problematica è quella della radicale inefficacia delle strutture rispetto alle finalità dichiarate. Uno dei dati più evidenti emersi dal monitoraggio è che a fronte di una capienza teorica complessiva pari a 1.238 posti, la capienza effettivamente disponibile si ferma a 672 posti: circa la metà di quanto formalmente previsto. Oltre il 45% dei posti risulta di fatto inutilizzabile, non per mancanza di risorse, ma per l’inagibilità di intere aree, dovuta a degrado, carenze manutentive e danni conseguenti a rivolte e proteste delle persone trattenute. Ancora più significativo è il dato relativo alle presenze effettive, pari, tra settembre e dicembre 2025, a 546 persone, ben al di sotto non solo della capienza teorica, ma anche di quella effettiva. Come si evidenzia nel rapporto “Il sistema opera quindi stabilmente al di sotto delle proprie possibilità operative, evidenziando un doppio livello di inefficienza: da un lato, l’incapacità di mantenere agibili le strutture esistenti; dall’altro, l’impossibilità di utilizzare pienamente i posti che gli stessi enti gestori dichiarano di poter garantire. In questo quadro, l’insistenza su nuovi investimenti per la realizzazione o l’ampliamento dei CPR, da ultimo, l’annuncio della programmata apertura di un CPR a Trento, (ndr come delle strutture in Albania) appare non solo ingiustificata, ma contraddittoria rispetto ai dati disponibili” (pag.24). Come evideziato nelle elaborazioni di ActionAid su dati della piattaforma Trattenuti “l’incidenza dei rimpatri effettuati a partire da un centro di detenzione sul totale dei provvedimenti di allontanamento adottati, solo in rarissime occasioni la percentuale ha superato il 10% attestandosi, per il periodo 2011-2024, su una media del 9,9%.” Se tuttavia si considera la percentuale di stranieri allontanati tramite il ricorso alla detenzione amministrativa in relazione al numero (stimato) degli stranieri irregolari in Italia nel 2024, questa crolla al ridicolo 0,2%. La rappresentazione politico-mediatica della natura indispensabile dei CPR per il contenimento della irregolarità emerge in tutta la sua ridicola infondatezza. L’inefficienza rispetto alle finalità propagandate e le condizioni di strutturale violenza sulle persone trattenute vanno considerati aspetti tra loro strettamente connessi. In una società democratica la compressione delle libertà fondamentali può infatti essere ammessa, previo stretto controllo giurisdizionale, solo se tali misure sono, almeno in parte, efficaci a conseguire le finalità dichiarate le quali devono comunque tutelare primari interessi pubblici generali.

La terza problematica è quella del degrado non episodico ma strutturale in tutti i centri: tutte “le strutture continuano a presentare ambienti fatiscenti, spazi sovraffollati o privi di reale funzione, parti comuni ridotte a corridoi spogli e opprimenti, cortili interamente cementificati che non offrono alcuna possibilità di ristoro fisico o psicologico. A ciò si affianca una gestione dei servizi essenziali che non risponde a criteri di adeguatezza e continuità”. Quanto riscontrato nel corso del monitoraggio conferma quanto già autorevolmente evidenziato dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti (CPT) che, nel rapporto inviato al Governo italiano a seguito delle visite effettuate nell’aprile 2024 dove si sottolineava che “Le condizioni di detenzione osservate in tutti i CPR visitati al momento della visita del 2024 potrebbero essere considerate simili a quelle esistenti all’interno delle unità di detenzione soggette al regime speciale dell’articolo 41bis del Regolamento penitenziario italiano” (pag.39).

La quarta area problematica è quella relativa all’effettivo rispetto delle nomative europee e interne (anche nella forma di semplici regolamenti) relative alla tutela dei diritti delle persone trattenute. In relazione all’assistenza legale “la situazione riscontrata dalle delegazioni in pressoché tutti i CPR per ciò che riguarda l’accesso effettivo ad un avvocato e la mediazione linguistica rendono lo stato generale dei CPR italiani del tutto inadeguato rispetto agli obblighi del diritto UE ed in particolare della citata Direttiva 115/08/CE” (rimpatri). Il Rapporto contiene in particolare un approfondimento specifico sul diritto alla salute nei CPR dove viene evidenziato come “Le visite di idoneità vengono solitamente descritte come sbrigative, in assenza di mediazione culturale, senza che la persona sia consapevole del significato o dello scopo della visita, e in presenza delle forze dell’ordine (…) l’ingresso in CPR è legato quindi a una certificazione di compatibilità con la vita in comunità, più che di una reale compatibilità con la condizione della detenzione amministrativa: ciò che si certifica è solo che il paziente, esente da malattie trasmissibili, non rappresenti un pericolo per la comunità ristretta, ma in alcun modo ci si esprime su come possa essere la vita in questa comunità ristretta a non rappresentare un pericolo per le condizioni di salute del soggetto ritenuto “idoneo” (pagg.58-59). E ancora, in relazione al larghissimo uso degli psicofarmaci il Rapporto evidenzia come “durante i colloqui effettuati con le persone trattenute è stato rilevato in molti casi uno stato di sedazione anomala, eloquio impastato, andamento barcollante, tendenza al sopore, rallentamento cognitivo; molte persone presentavano inoltre segni di autolesionismo. I tentativi di suicidio e gli atti autolesivi vengono spesso sminuiti o sottovalutati dal personale dei centri, riducendoli a semplici atti dimostrativi” (pag.69). Estremamente problematico risulta ovunque il quadro degli eventi critici: nel solo CPR di Roma ad esempio “in sette mesi sono presenti circa 150 registrazioni di cui almeno 30 casi di autolesionismo” (pag.72).

Il livello costante ed elevatissimo di violazione dei diritti delle persone trattenute, la continuità nel tempo e la diffusione in ogni centro, senza eccezione, di condizioni di degrado strutturale, e la radicale inefficacia della detenzione amministrativa rispetto alle finalità normativamente previste sono elementi che permettono di inquadrare i CPR nella natura di “istituzioni totali” ampiamente studiati da decenni nella letteratura scientifica. Il Rapporto indica nelle conclusioni gli interventi indifferibili necessari a rimediare agli aspetti più estremi della gestione dei CPR senza tuttavia che ciò significhi che essi sono riformabili (il rapporto evita con rigore di cadere nella fallace alternativa tra riformabilità o chiusura). Come tutte le istituzioni totali, anche i centri di detenzione amministrativa non sono riformabili e vanno comunque chiusi il prima possibile, e la gestione della condizione di irregolarità nelle migrazioni deve basarsi su paradigmi radicalmente nuovi, come è avvenuto con la cura della malattia mentale che ha saputo ripudiare l’istituto manicomiale.