sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Caterina Bonvicini

La Stampa, 29 luglio 2022

La Geo Barents di Medici Senza Frontiere ha fatto 11 soccorsi in 72 ore. Il primo in Sar Maltese il 25 luglio nel primo pomeriggio. Era un barchino di legno lungo non più di dieci metri con 52 persone a bordo e due ponti (segnalato da Alarm Phone e da Seabird, l’aereo da ricognizione di Sea Watch). Almeno una decina di loro aveva viaggiato in stiva. Da lì abbiamo tirato fuori una bambina del Camerun che compirà tre anni a ottobre. È simpaticissima e molto chiacchierona, subito ha voluto giocare con i Lego. Facevamo un castello. Corre per il ponte di coperta e attacca bottone con tutti. Quando salgo si precipita verso di me e mi schiaccia un cinque.

Ma in questo momento non ho molto tempo per giocare con i Lego. L’avviso via radio “Sar Team, Sar Team, ready for rescue” arriva in continuazione. Significa che in meno di sette minuti bisogna cambiarsi, mettersi salvagente, casco, pantaloni impermeabili, scarpe da trekking, guanti e essere in posizione per il lancio del rhib (gommone di salvataggio). Le gru ci calano in mare senza neanche fermare la nave e noi, a circa 59 chilometri orari di velocità, raggiungiamo l’imbarcazione in pericolo.

Durante la notte ci sono state due segnalazioni di Alarm Phone. Intorno a mezzanotte abbiamo salvato un barchino piccolo con 13 persone (tutti siriani e un palestinese). L’altro caso invece è andato male: il gommone è stato intercettato dalla Guardia Costiera libica e riportato a Tripoli. Chissà quanti bambini c’erano a bordo.

La mattina del 26 luglio ci siamo svegliati con la radio che chiamava di nuovo “Sar Team, Sar Team”. Era stata avvistata una barca di legno con il binocolo dal ponte di comando. Erano quasi tutti bengalesi e c’era una bambina siriana di cinque anni. Molto timida e per niente contenta di trovarsi sempre intorno quella di tre anni con i Lego in mano.

Poco dopo abbiamo soccorso un gommone giallo (sempre Alarm Phone). Quando ci siamo trovati lì davanti eravamo sconsolati. Era più piccolo di un tender, con i tubolari sgonfi, la prua rialzata e 48 persone sopra: un’imbarcazione di così pessima qualità da essere pericolosa anche in spiaggia. Dentro c’erano 5 bambini ivoriani e un neonato del Mali (un mese). Con i bambini ivoriani ho subito legato perché conosco il francese. Poi ho tirato fuori qualche parola in bambara (ridevano molto per la mia pronuncia) e non mi hanno più mollata. La bambina di otto anni mi ha subito fatto vedere una brutta bruciatura sulla gamba, provocata dalla miscela maledetta di benzina e acqua di mare. Nonostante il dolore è allegra e affettuosissima. Quando ho un minuto per stare sul ponte, lei e il fratello vengono a abbracciarmi, giro per il deck con loro addosso.

Poi a mezzogiorno abbiamo soccorso un barchino (sempre Alarm Phone) che sarebbe stato adatto per poche persone ma sopra ce n’erano 20. Erano tutti libici e colpiva la grande differenza sociale. Erano borghesi, vestiti eleganti e con una ventina di bagagli, trolley e zaini con topolino. Gli altri, partiti senza niente, li guardavano con gli occhi sbarrati. Eppure in quei trolley c’era tutta la loro vita. Nel barchino dei libici c’erano 20 bambini e un neonato di pochissimi mesi, avvolto in una bella coperta di spugna. Sul ponte di coperta, in mezzo agli altri, quei bambini libici abituati a vivere come noi erano molto spaesati. Una di loro, di sette o otto anni, mi ha chiesto dove poteva cambiarsi. Aveva nello zaino dei vistiti di ricambio, come avremmo noi. Mangiavano patatine e bevevano i succhi di frutti di frutta che le mamme tiravano fuori dalla borsa, come durante una gita in barca.

Intorno alle due e mezza, è stata la volta di un barchino pieno di siriani e libici, con tanti figli piccoli. Anche loro erano borghesi, con meno bagagli ma ben vestiti, però l’imbarcazione faceva paura: mancavano pezzi del motore, era tutta rotta. Chissà cosa avevano promesso i trafficanti a quelle famiglie. La sera avevamo già sul ponte 266 persone: gente diversissima, per cultura, per origine, per lingua e per livello sociale. Ma il Mediterraneo è così: è complesso, e sorprende sempre.

Il 27 luglio la Geo Barents di Medici Senza Frontiere ha fatto altri tre salvataggi e l’ultimo della giornata è stato memorabile: un barcone di legno con 232 persone, molti di loro viaggiavano in stiva. La mattina intorno alle 8, Gabriel Bouza, il driver argentino, è salito sul ponte di comando per il suo turno di guardia, ha preso in mano il binocolo e subito ha avvistato un’imbarcazione. Abbiamo lanciato i rhib (i gommoni di salvataggio) immediatamente.

Il primo è stato un salvataggio triste, anche se è andato tutto bene. Tanto per cominciare 38 siriani e curdi viaggiavano su un barchino malconcio, che era la metà del nostro gommone. A bordo c’era un bambino disabile di cinque o sei anni, mentre lo portavamo sulla nave lui piangeva disperatamente, la madre lo teneva in braccio e il padre cercava di fargli vento con il suo cappello. C’era anche una neonata con un grande tumore in testa, che sanguinava. La mamma glielo tamponava con un fazzoletto. Altre due bambine, spaventate, erano in lacrime. Allora ho cercato di distrarle mandando baci. Hanno cominciato a mandarne anche loro a me e a ridere, era una specie di gioco in rhib.

Poi verso mezzogiorno è stata la volta di una barca di legno di medie dimensioni, con 100 persone a bordo. La maggior parte erano eritrei. Il soccorso non è stato semplice perché erano agitati, continuavano ad alzarsi in piedi, rischiando di far ribaltare l’imbarcazione. Ma tutto questo è stato niente in confronto a quello che ci aspettava nel pomeriggio: un grande barcone di legno con 232 persone a bordo. Il terrore di tutti i soccorritori perché queste imbarcazioni grandi e sovraffollate si capovolgono facilmente e finiscono in acqua centinaia di persone.

Anche questo non era segnalato, è stato intercettato con il binocolo. Eravamo pronti, perché i naufraghi ci avevano detto che insieme a loro erano partite altre barche. Ma non immaginavamo così grandi. Dal bridge si intuiva che era qualcosa di grosso, ma dalla nave era impossibile quantificare. Abbiamo fatto un grande respiro. “Ready?” “Ready”. Ma a bordo di Mike, il nostro rhib, ci eravamo dimenticati il nostro rituale di buona fortuna: un abbraccio tutti e cinque. Ci è tornato in mente quando la gru ci stava per calare. Alt. Un momento. Ci siamo stretti in fretta, con i salvagenti fra le gambe. Mai ignorare le superstizioni, specie davanti a un rescue così difficile.

Mentre viaggiavamo a cinquantanove chilometri orari, guardavo l’altro rhib davanti a noi, Orca, e mi sembrava piccolo in confronto alla barca di legno. Buttava male.

Arrivati lì, ci è mancato il fiato. Via radio, Fulvia Conte, la Sar Team leader, ha annunciato che si contavano più di duecento persone. E anche parecchio agitate, spingevano tutte verso poppa, dove venivano distribuiti i salvagenti. Allora Samuel Sanchez Caragena, il leader di Mike, ha preso la decisione di fare la manovra “effetto magnete”, che consiste nell’ usare il nostro gommone per attirare l’attenzione della folla a prua e evitare così uno sbilanciamento di peso, che in questi casi può essere fatale. Giulia Attiani, soccorritrice esperta e bravissima, intanto slacciava sacchi e sacchi di salvagenti. Ne avevamo abbastanza per tutta quella gente?

Stavamo zitti e concentrati, a guardare Orca che cominciava, tenendo stretto il Centifloat (un tubo galleggiante di dieci metri che si usa in caso di naufragio). Calmi ma in tensione. Gabriel Bouza, il driver, con grande sensibilità, si è chinato verso di me e mi ha sussurrato: “Cate, preparati a qualsiasi cosa”. Ho fatto cenno di sì.

Mi sono sempre chiesta cosa avrei provato davanti a un grande barcone. Immaginavo il cuore a mille, la salivazione azzerata. Invece no. Ero molto tranquilla. E credo di sapere perché. Tutto dipende dalla squadra dei soccorritori: sulla Geo Barents è magnifica, siamo affiatati, complici, affettuosi, uniti. Se hai vicino persone così, non puoi avere paura.

Dato che il ponte era sovraffollato e continuava a uscire gente dalla stiva, non potevamo distribuire i salvagenti a tutti prima di caricarli sul rhib, avrebbero fatto troppo volume e avrebbero costretto la gente a spingere ancora di più, rischiando di far ribaltare la barca. Allora Fulvia ha deciso di fare tre cose che di solito non si fanno mai. La prima, imbarcare sul rhib la gente senza salvagente. La seconda, portare verso la nave quaranta persone alla volta invece che venti. La terza, sistemare i naufraghi anche sui tubolari del nostro gommone per aumentarne la capienza. E così abbiamo salvato tutti e 232. Finito l’imbarco, il team di Mike si è occupato del relitto. Giulia e Samuel sono saliti sul barcone vuoto per controllare che non ci fosse nessuno in stiva. Non ne avevo mai visto uno da vicino: è spaventoso.

La scatola dell’invertitore (con le marce) era divelta. L’interno era pieno d’acqua, non funzionava la pompa di sentina (fatta con due tubi di plastica che sporgevano dalla scafo). Sul ponte c’era una specie di scatola di legno costruita con assi rudimentali che serviva da passaggio verso il ponte inferiore, chiamiamolo così, quel buco. Dal bridge hanno dato l’ordine di non entrare. A sostenere i due ponti c’era un palo arrugginito e sbilenco che poteva crollare e là sotto si può restare soffocati dalle esalazioni di benzina. Ma Samuel ha visto che laggiù erano rimasti due passaporti e voleva prenderli. Ha avuto il permesso. È sceso, mentre Giulia controllava che non gli succedesse niente. Poi con lo spray abbiamo segnato lo scafo, scrivendoci sopra “MSF /SAR/ 27.7.22”. E siamo tornati sulla nave, dove, dopo un grande applauso, ci siamo abbracciati di nuovo. Tutti e dieci, stavolta. Che squadra.

Avendo a bordo già 596 naufraghi, abbiamo cominciato a risalire verso Nord. Decisione straziante, perché in Sar libica non è rimasto più nessuno. Alla Sea Watch 3 con 438 persone a bordo è appena stato assegnato il porto di Taranto, che comporta 2 giorni di viaggio, dopo 6 di attesa. E la Ocean Viking, dopo 5 rescue, con 387 naufraghi, sta ancora aspettando da 5 giorni. Ma le navi Ong, per quanto grandi, hanno una capienza, quindi un limite. Che si può forzare, certo, però non più di tanto. Quindi a un certo punto bisogna prendere la triste decisione di andarsene.

Chi salverà le persone che sono partite e adesso si trovano alla deriva? L’alternativa è straziante: la Guardia Costiera libica che riporterà la gente nell’inferno da cui è fuggita oppure nessuno. Senza navi Ong presenti, resta solo la Libia o la morte. Per questo, oltre all’insostenibilità di un ponte di coperta troppo pieno, sarebbe necessario avere un porto subito: non assegnarlo, molto semplicemente, significa uccidere chi si trova in quel tratto di mare.

E non si muore solo per annegamento, nel Mediterraneo. Si muore anche di fame e di sete, lentamente. L’ultimo rescue della Geo Barents, l’undicesimo, mi ha fatto capire quanto possono soffrire dei naufraghi dopo due giorni alla deriva, sotto al sole, senza acqua.

Ma andiamo con ordine. La mattina del 28 luglio, ci siamo svegliati con due casi segnalati da Alarm Phone (“casi aperti”, li chiamiamo. Intorno alle 10,30 è arrivata la chiamata via radio. La voce di Fulvia che diceva: “Sar Team, Sar Team. Ready for rescue”. Ero nel ponte di coperta, pienissimo e rumorosissimo, e stavo intervistando un ragazzo (in piedi, perché non c’era spazio neanche per sedersi per terra). L’ho mollato lì (“Scusa, scusa, devo andare a fare un salvataggio”) e sono corsa a vestirmi.

La nave aveva avvistato l’imbarcazione ma era lontana quindi ha ranciato i rhib. Il mare era un po’ mosso e Gabi, il driver, andando a tutta velocità gridava “onda!” per prepararci al volo e al tonfo. Stavo aggrappata ma mi sembrava tutto più scivoloso, forse per colpa della crema cinquanta. Poi mi sono accorta di essermi dimenticata i guanti, erano ancora attaccati al salvagente. Quando siamo arrivati sul posto, Giulia e io ci siamo guardate e abbiamo detto la stessa cosa: “Sembra un pedalò”. Stessa forma e stessa dimensione, ma lo scafo era ridotto a una sagoma azzurra, tutto il resto era sommerso per il peso di 37 persone e dell’acqua che era entrata. Samuel ha deciso di fare la “manovra sandwich”, che consiste nel mettere i due rhib ai due lati del barchino, uno di qua e uno di là, gommoni come fette di pane. Abbiamo imbarcato la gente in fretta, per raggiungere anche l’altro barchino segnalato. Ma c’era un problema: era a 20 miglia di distanza. Alla fine, il ponte di comando ha deciso che dovevamo raggiungerlo noi, che andavamo più veloci della Geo Barents. Significava tre cose. La prima, che dovevamo navigare in rhib per almeno un’ora. La seconda, che avremmo perso la connessione radio (ma avevamo a bordo un satellitare). La terza, che saremmo stati in mezzo al nulla, in Sar Maltese, per un bel pezzo e fuori dalla vista della nave madre. Quindi ci hanno ordinato di viaggiare paralleli, senza separarci mai, così in caso di problemi, un rhib poteva aiutare l’altro. Infatti i problemi ci sono stati. Dopo essere partiti come schegge, tipo offshore, uno dei motori di Orca si è rotto. C’era l’altro, d’accordo, ma bisognava rallentare tutti. E così ci abbiamo messo un’ora e mezza a raggiungere la posizione.

Un po’ di incoraggiamento però è arrivato: a un certo punto abbiamo visto volare sulle nostre teste Seabird, l’aereo di Sea Watch, che ha disegnato in cielo la rotta per noi. È stato bellissimo, sembrava di essere guidati da una presenza sovrannaturale. Qualcuno che ti indica la via giusta.

Quando siamo arrivati, i naufraghi erano così sfiniti che quasi non hanno reagito. Si sono a malapena voltati. Erano in 26 su una barchetta a remi con un motore attaccato, sullo scafo c’erano anche gli scalmi. Una barchetta a remi di quelle che si usano per fare un giro in un lago con le papere. E loro avevano raggiunto Malta. Non c’era neanche bisogno di fare il crowd control, non si muovevamo. Non parlavano nemmeno. Erano tramortiti da un viaggio di due giorni e due notti, senza acqua, sotto il sole d’estate. Un sole che stordiva anche noi, dopo quattro ore di seguito in mare, senza ombra. Io sono tornata sulla nave ondeggiando. Immaginate loro dopo due giorni. L’unico movimento che hanno fatto è stato alzare con fatica le braccia al cielo, per ringraziare Dio. È stato un rescue al rallenti, barcollavano, dove li mettevi stavano, al massimo si afflosciavano contro il vicino. Abbiamo dato a tutti la nostra acqua, che molti hanno subito vomitato, dopo tante ore di sete. Alcuni si sono addormentati in rhib, non riuscivano neanche a tenere gli occhi aperti. Così si muore nel Mediterraneo: di stenti. Ma loro non sono morti.